La Guttaperca, il prezzo della tecnologia - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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Miscellanea | La Guttaperca, il prezzo della tecnologia.

GUTTAPERCA (dal malese gĕtah pĕrcah "albero della gomma"). - È il lattice disseccato di varie specie di alberi della famiglia delle Sapotacee, indigene della regione indomalese. La specie dalla quale dapprima venne ricavata la guttaperca fu il Palaquium gutta Burck (= Dichopsis gutta Benth. e Hook.) di Malacca. (estratto dalla voce di Tullio Guido Levi - Domenico Lanza - Enciclopedia Italiana 1933).
La guttaperca è una plastica naturale oggi dimenticata e quasi completamente sostituita da materiali sintetici, in epoca vittoriana ebbe ben altra importanza, fu la chiave del sistema delle telecomunicazioni globali, promosse il commercio transoceanico, consolidò il monopolio inglese sulla telegrafia, supportò lo sviluppo dell’impero britannico e degli altri imperi coloniali, spronò l'industria e il mondo accademico ad elaborare alcune delle teorie fondamentali della fisica moderna.
La storia industriale di questo materiale, estratto da alcuni alberi in Malesia, Sumatra e Borneo, iniziò per caso nel 1832 ad opera di un chirurgo militare scozzese della Compagnia delle Indie Orientali, tale William Montgomerie, di stanza a Singapore. In un articolo egli descrisse ciò che apprese da un giardiniere sulle proprietà uniche della guttaperca. Il lattice, lavorato in acqua calda, risultava estremamente malleabile ed una volta raffreddato assumeva una durezza tale da poter essere usato dai malesi per realizzare manici di coltelli, fruste, ed altri strumenti di uso comune. Montgomerie ritenne che la guttaperca, per le sue caratteristiche, potesse avere impieghi chirurgici e quindi, pensò bene d’inviarne dei campioni a Londra.
Qualche anno dopo l’esotica sostanza attirò l'attenzione di una star della tecnologia vittoriana, Michael Faraday, lo scopritore dell'induzione elettromagnetica il quale, nel 1848, sulle pagine de “The Philosophical Magazine”, propose l’impiego della guttaperca come isolante elettrico.
La voce su questo possibile utilizzo del lattice malese si diffuse rapidamente tra gli ingegneri britannici, assillati dal problema di come isolare un filo di rame posato sul fondo marino. Nessuno dei materiali e delle tecniche dell'epoca, canapa o gomma catramata, forniva un isolamento adeguato ai cavi sottomarini, la catena dei costosi fallimenti richiedeva una rapida ed efficace soluzione del problema. Per le sue potenzialità la guttaperca divenne il materiale più studiato della sua epoca [1], l’industria e la scienza britanniche ben presto ne verificarono la proprietà isolanti e la possibilità di poterlo modellare come la gomma ma, a differenza di questa, non si sbriciolava sott'acqua.
Gli imprenditori che avevano impegnato ingenti capitali nello sviluppo della comunicazione telegrafica globale vollero trarre immediato profitto dalla possibilità di realizzare cavi rivestiti di guttaperca con le ricercate caratteristiche d’isolamento in acqua.
Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il primo cavo di successo fu posato dai fratelli Brett tra Dover e Calais nel settembre del 1851, un tracciato di oltre venicinque miglia nautiche sotto il Canale della Manica, un evento che segnò l'inizio della travolgente espansione della telegrafia sottomarina che sarebbe durato fino a tutto il secolo successivo.
Ma se il lattice alimentò l’inarrestabile sviluppo della rete telegrafica globale, nel sud-est asiatico i suoi metodi d’estrazione sventrarono le foreste pluviali generando una catastrofe per l'ambiente d’immane proporzione.
Nel diciannovesimo secolo il modo più conveniente ed efficacie per produrre guttaperca nel Borneo Nord-Occidentale e nella penisola di Sumatra, fu quello di mettere mano all’abbattimento delle foreste.
Il lattice di Palaquium come quello della Mimusops balata coagula rapidamente e la sua raccolta con incisioni parziali della corteccia (come per la gomma) è scarsa, gli alberi della foresta furono quindi abbattuti, la loro corteccia tagliata e il lattice rimosso.
Se si pensa che alberi, anche di grandi dimensioni (sino a 30 m di altezza), potevano produrre solo un chilo circa di sostanza mentre, per il confezionamento dei cavi, necessitavano centinaia di tonnellate di guttaperca, milioni di alberi furono abbattuti per costruire la rete globale. Per rendere l’idea del ritmo d’estrazione, e quindi d’abbattimento delle foreste, si deve considerare che  il primo cavo transatlantico, posato nel 1857, misurava 1.853 miglia (circa 3.000 km) di lunghezza e pesava 2.000 tonnellate, di cui 250 tonnellate di guttaperca, in altre parole, con queste misure furono abbattuti circa 900.000 alberi per ricavarne una sola tonnellata d’isolante!
Il lavoro d’estrazione, per la gran parte, non fu praticato in piantagioni ma si fece ricorso alle foreste del Sud Est asiatico. I “boscaioli” impiegati in questo immane lavoro di deforestazione furono gli stessi indigeni  locali, malesi, cinesi, dayak che per miseri compensi s’inoltrarono nelle foreste pluviali per individuare  alberi di palaquium gutta allo stato brado.
Gli alberi vennero abbattuti, spesso con grave pericolo personale per i boscaioli, ed il lattice raccolto, mentre scorreva lentamente dalla corteccia, veniva faticosamente lavato e strofinato prima d’essere arrotolato in fogli e infine in blocchi destinati all'industria.
Il lattice lavorato veniva poi trasportato a Singapore, allora porto coloniale inglese, per l'esportazione in Gran Bretagna ove poté essere applicato ai fili di rame per formare la guaina isolante di un cavo sottomarino.
Il monopolio sulla produzione e l’esportazione della guttaperca divenne un pezzo di tecnologia geopoliticamente importante per l'impero britannico. Gli inglesi ebbero un vantaggio sui rivali europei poiché, il palaquium gutta  fu più abbondante nelle colonie britanniche del sud-est asiatico, in particolare nelle giungle di quella che è oggi la Malesia. I francesi, negli anni ottanta dell'Ottocento, tentarono di spezzare il monopolio britannico coltivando alberi di gutta nelle piantagioni delle colonie indocinesi, ma l’esperimento fallì.
La supremazia industriale britannica s’affermò grazie ad imprenditori, scienziati, ed avventurieri che fecero fortuna con l’estrazione della gutta  o ne studiarono ed applicarono le qualità alla produzione industriale dei cavi sottomarini.  Tra questi ultimi va senz’altro annoverato John Pender (1816 – 1896), un uomo che si guadagnò il soprannome di "re del cavo", il cui impero negli affari rivaleggia, ancor oggi, con quello degli attuali giganti della tecnologia.
Pender fu proprietario della “Gutta Percha Company”, società che ebbe il monopolio sulla produzione dei cavi sottomarini e di altre aziende satelliti che operarono nella costruzione, manutenzione e gestione della rete telegrafica mondiale, come  la “Eastern Telegraph Company” e la “Telegraph Construction and Maintenance Company” impresa che all'epoca acquisì la nave più grande del mondo, la Great Eastern , per posare il cavo transatlantico del 1865.
Sfruttando la posizione di monopolista multinazionale Pender affiancò al potere economico ed industriale, quello politico, favorendo la propria ascesa al parlamento britannico. Il suo motto fu "telegraphs know no politics'", lo stesso che i magnati della tecnologia di oggi ripropongono nei loro "mantra" stonati sul mito della neutralità delle loro piattaforme.
Pender operò costantemente per piegare le decisioni politiche ai propri interessi, sempre alla ricerca di sussidi governativi, fu disposto a qualsiasi compromesso pur assicurarseli, trattò indifferentemente con un governo conservatore o con uno liberale. La sua carriera si concluse tra intrighi ed accuse, imputato d'aver usato le sue reti per spiare rivali in affari e politici.
Le attività di Pender hanno lasciato un'eredità nella contemporaneità, le vestigia del suo impero via cavo continuano a vivere nei conglomerati delle telecomunicazioni di oggi. Le sue aziende costituirono il nucleo della “Cable & Wireless” che, dopo decenni di nazionalizzazione, fusioni ed acquisizioni vide le sue componenti principali assorbite nelle società “Vodafone” e ”Liberty Global”.
Se Pender rappresentò la cuspide del monopolio industriale inglese derivato dalla guttaperca, James Brooke (1803-1868), per il suo ruolo paradigmatico nell’estrazione del lattice nelle foreste del Borneo, fu esempio di quello spregiudicato spirito d’avventura di uomini che nei vasti territori dell’impero britannico misero in gioco la propria esistenza alla ricerca d’opportunità di ricchezza e fama.
Altrimenti conosciuto come il “rajah bianco”, il nome di James Brooke ebbe popolarità presso il grande pubblico per il ciclo letterario di Sandokan ed i pirati della Malesia, pubblicato agli inizi del Novecento da Emilio Salgari. Come nei romanzi salgariani, le foreste e i popoli del Sarawak fanno da sfondo a questa vicenda.
Il Sarawak è una regione nel Borneo nord-occidentale che sebbene abbia fornito solo una frazione della produzione totale della guttaperca, ci offre un efficacie esempio di come i gruppi d'indigeni risposero alla domanda globale di questo prodotto delle loro terre.
Nel 1840, il sultano del Brunei, Omar Ali Saifuddin II ingaggiò James Brooke  per reprimere una rivolta in corso nei suoi domini ed egli intervenne al comando della "Royalist", un bastimento armato di sua proprietà, e di forze di terra dell'Esercito Britannico Cinese. Riconquistati i territori, sottratti dai Dayachi nel corso della loro rivolta contro la feroce schiavizzazione operata dal sultano e dalla sua famiglia, Saifuddin II nominò Brooke vicerè del Sarawak, titolo che mantennero i suoi eredi per tutto il secolo successivo, divenendo noti nella regione come i "rajah bianchi".
L’amministrazione di Brook fu caratterizzata da un sistema di governo "assoluto", da una feroce lotta contro i pirati malesi e da una attività commerciale dalla quale cercò di trarre il  maggior profitto con un minimo impegno di capitale. Il commercio della guttaperca fu quello più adatto ad accumulare ricchezze, poco investimento e molta resa. Il lavoro d’estrazione del lattice, compreso l’abbattimento e la rimozione degli alberi, fu affidato agli indigeni del Sarawak, principalmente agli Iban, temibili cacciatori di teste.
I valori, le tradizioni, lo spirito intraprendente dei nativi furono utilizzati per indurli al commercio della guttaperca. Sfruttando il desiderio dei i giovani uomini Iban di raggiungere un invidiabile status all’interno della tribù, offrirono loro la possibilità di guadagnare abbastanza denaro per acquistare beni di "prestigio" (pusaka), in particolare oggetti di ottone e grandi vasi cinesi.
Avventurarsi nelle profondità della foresta, distruggere decine di migliaia di alberi per raccogliere la guttaperca, sebbene fosse un’attività pericolosa, consentì ai giovani guerrieri indigeni di scambiare il lattice con il pusaka, una prospettiva, per la cultura Iban, indubbiamente attraente.
L’abbattimento distruttivo di intere foreste fece giungere in Inghilterra, ed in tutto l'Occidente, la materia prima da impiegare, non solo nella produzione di cavi telegrafici sottomarini, ma anche per realizzare oggetti d’uso comune come  palline da golf o otturazioni per cavità dentali, le proprietà di questa plastica naturale la resero ideale anche per oggetti domestici come cornici, suole di scarpe, bastoni e altri piccoli oggetti.
La domanda di lattice da parte della società vittoriana fu tale che il  palaquium gutta andò  presto incontro all'estinzione nelle giungle del sud-est asiatico, arrivando a compromettere la produzione industriale. Negli anni ottanta dell’Ottocento la pianta era quasi scomparsa da Singapore e da parti della penisola malese. Secondo gli studi condotti si stima che in un periodo di vent' anni tre milioni di alberi siano stati abbattuti in una sola regione del Sarawak (l'isola del Borneo). Le autorità coloniali britanniche nel 1883 istituirono persino un divieto di raccolta del lattice , ma era troppo poco, e troppo tardi.
William Theodore Brannt, autore di "India Rubber, Gutta-Percha, And Balata", un libro sulle proprietà della guttaperca pubblicato nel 1900, osservò che per il modo irrazionale in cui veniva raccolto il lattice, "gli alberi ancora esistenti verranno sempre più decimati e ... c'è il pericolo di una diminuzione dell'esportazione e infine dell'intero esaurimento delle fonti".
Pianta di "Palaquium gutta" da Franz Eugen Köhler, Köhler's Medizinal-Pflanzen 1897.
dott. William Montgomerie
Il chirurgo militare scozzese della Compagnia delle Indie Orientali, William Montgomerie. Nel 1832, pubblicò un articolo nel quale illustrò alcune proprietà della pianta di guttaperca adatte ad essere utilizzate industrialmente.
Albero di Guttaperca.
L'industiale della Guttaperca e politico John Pender, sulla destra l'avventuriero, imprenditore della Guttaperca e rajah del Sarawak James Brook.
Il porto coloniale britannico di Singapore, scalo di partenza della Guttaperga verso l'industria di trasformazione (1850).
Uomo "Iban" in costume di guerra.
La raccolta della Guttaperca da parte degli indigeni del Sarawak.
Panetto di Guttaperca
La Guttaperca estratta veniva lavorata in panetti, pronta per la spedizione via nave verso gli stabilimenti di trasformazione.
Stabilimento della Gutta Percha Company, Wharf Road, Londra: le  macchine ricoprono con guttaperca i cavi telegrafici.
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[1] "Submarine Telegraphy and the Hunt for Gutta Percha: Challenge and Opportunity in a Global Trade by Helen Godfrey".  Bruce J. Hunt, Johns Hopkins University Press, Volume 61, numero 4, ottobre 2020, pp. 1247-1248
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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