Scheda Tecnica delle Linee Telegrafiche - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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Miscellanea | Scheda tecnica delle linee elettro-telegrafiche del regno delle Due Sicilie

Standard costruttivo delle linee elettro-elegrafiche previsto dai contratti d’appalto:
  1. Travi di castagno, diametro alla cima cm. 10,50 ed alla base di cm. 19 – 30 [1],
  2. altezza dei travi m. 6,62 o 7,95, se interferenti con passaggi stradali,
  3. le misure dei pali si intendevano al netto della corteccia,
  4. profondità di impianto nel terreno m 1,35,
  5. peso medio travi da m. 6,62 Kg. 130 – 150,
  6. peso medio travi da m. 7,95 Kg. 190 – 230,
  7. filo conduttore inglese, della migliore qualità (Best, Best), in ferro galvanizzato a zinco, da 5 - 8 mm. per le linee Continentali e da 12 – 16  mm. per le linee di Sicilia,
  8. numero minimo di travi, da impiantare per ogni miglio napoletano (m. 1.850): 20,
  9. la cima di ogni trave andava coperta con un cappelletto di zinco,
  10. il trave veniva dipinto con pece minerale, prodotta dalla distillazione del carbon fossile
  11. la parte di trave interrata, prima di essere dipinta, veniva semi-carbonizzata. In alternativa o a incremento delle tecniche di conservazione dei pali, fu autorizzata l’applicazione del metodo Boucherie [2], dal 1856 e per la prima volta in Sicilia, su terreni rocciosi o in montagna, furono utilizzati tralicci in ferro galvanizzato, nelle città, paesi e borgate i fili dovevano essere sostenuti da isolatori fissati a baionetta o piccole mensole di ferro galvanizzato, difese da un cappello di zinco, gli isolatori, di produzione nazionale, dovevano essere del tipo “Normann” su modello Clark. In Sicilia, per la prima volta, furono utilizzati isolatori cilindrici a quattro gole.

     Dotazione media di una stazione telegrafica di seconda e terza classe:   
  1. due gruppi di macchine telegrafiche (Henley o Morse),
  2. per le sole stazioni con macchine Morse: rilevo, tasto, galvanometro, commutatore di traslazione, batterie di linea e locale mod. “Daniell” da 80 elementi completi,
  3. campana d’allarme,
  4. un ricevitore,
  5. un commutatore,
  6. un parafulmine,
  7. gutta percha per le giunzioni interne,
  8. oggetti ed utensili di ricambio (isolatori, viti, filo di ferro, filo di gutta percha, cappelletti di zinco, tenaglie, paranchi, corde etc.),
  9. una scrivania a due piazze con cassetti e forti serrature con impellicciature a mogano,
  10. un divano a tre piazze ricoperto di stoffa,
  11. due quadri con cornici dorate delle loro Maestà il Re e la Regina,
  12. un quadro con  ritratto del Santo protettore della stazione,
  13. un orologio a pendolo,
  14. due calamaj di ferro fuso,
  15. due lampade di ottone ad olio,
  16. quattro buste di cartone per riporre le copie dei dispacci, documenti, etc.,
  17. quattro sedie di legno dipinto a mogano,
  18. un tavolo di legno dipinto a mogano su cui vengono stabilite le macchine.
Dotazione per il locale destinato ad alloggio del personale di stazione:
  1. un fusto da letto di ferro,
  2. un pagliericcio a suste (molle) spirali ricoperto ed imbottito,
  3. una stramazza di lana nuova del regno, del peso non minore di rotoli 30 (materasso),
  4. due origlieri o cuscini,
  5. una coperta di lana o imbottita (trapunta),
  6. una coperta di damasco cotone o filo,
  7. lampada di ottone ad olio.

Nota in ordine alla fornitura di mobilio per il personale delle stazioni telegrafiche
Il numero dei letti e dei relativi accessori, è da rapportarsi al numero di impiegati ospitati nel locale. La fornitura degli arredi, ed il fitto dei locali inizialmente fu a carico dell’impresa appaltatrice, successivamente trasferita ai comuni. L’arredamento delle stazioni di prima classe, poté essere fornito direttamente dall’amministrazione governativa e maggiorato a seconda delle necessità. Per le stazioni di terza classe, non autorizzate a svolgere servizio al pubblico, il fitto dei locali e l’acquisto degli arredi fu a carico dell’amministrazione centrale delle Finanze.
Confrontro tra i materiali utilizzati dalle amministrazioni telegrafiche italiane.

Tralicci:
  • Castagno, legname migliore per la palificazione telegrafica assicurò una durata media di conservazione di circa nove anni, fu utilizzato dallo stato Pontificio, dal granducato di Toscana e dal regno delle Due Sicilie,
  • Pino non iniettato nel Lombardo-Veneto e nel ducato di Parma e Piacenza,
  • Quercia e Larice negli stati Sardi.
  • Pino, Larice, Castagno e Pioppo negli stati Estensi.
Filo conduttore linea telegrafica:
  • Filo di ferro zincato dimetro 4 mm. negli stati Sardi , stato Pontificio,
  • Filo di ferro zincato (Inglese tipo Best-Best)
    nel regno delle Due Sicilie:
    diametro 5-8 mm per linee al di qua del Faro e 12-16 mm. per la Sicilia (migliori spessori e migliore qualità per l'epoca),
  • Filo di rame nel Lombardo-Veneto,
  • Filo in parte di rame e in parte di ferro non zincato negli stati Estensi e ducato di Parma,
  • Filo di ferro in parte zincato ed in parte no nel granducato di Toscana.

Apparati:
  • Morse in tutti gli Stati della Penisola.  Le Due Sicilie adottarono apparati Hipp a secco. In alcuni Stati vi fu un impiego misto delle macchine Morse con altri apparati:
    • Wheatstone negli stati Sardi e nello stato Pontificio,  
    • Bréguet a quadrante nel granducato di Toscana,
    • Henley ad induzione (versione ad un ago/de Normann)  nel regno Due Sicilie.
Pile:
  • Daniell con diaframmi dappertutto tranne che nelle Due Sicilie, ove si adoperarono le innovtive pile senza diaframmi (pila d'Amico) precorrendo l’uso che si diffonderà in tutta Italia. I diaframmi, quasi dappertutto, erano di porcellana di vari spessori, tranne che negli stati Estensi e nel ducato di Parma ove si utilizzò la pessima argilla cotta.
  • Negli stati Sardi fu  in uso anche la pila a “sabbia” tipo "Cooke and Wheatstone" con un solo liquido (acido solforico diluito) .
  • Nel granducato di Toscana la pila tipo "Bausen", dalle esalazioni estremamente nocive.
Isolatori:
  • In gres a campana con uncino negli stati Sardi,
  • In vetro (peggiori) nel LombardoVeneto, stati Estensi e nel ducato di Parma,
  • In porcellana a campana nello stato Pontificio e granducato di Toscana,
  • In porcellana a cuscino (Clark/de Normann) o gres nel regno delle Due Sicilie.
Apparati telegrafici Morse in uso nelle Due Sicilie
La macchina telegrafica adottata dal 1857 in Sicilia, e successivamente nel resto del regno, fu particolarmente efficacie ed innovativa rispetto ad altri modelli utilizzati in Italia. Acquistata dal produttore svizzero Matthäus Hipp, la macchina disponeva di un "ricevitore" o "macchina da scrittura Morse" del tipo a "secco", ovvero la punta d'acciaio, fissata nel "portapenne", non riproduceva i punti e le linee del codice Morse con inchiostro ma li stampava in rilievo sul nastro di carta. L'ingranaggio che consentiva l'avanzamento del nastro non era azionato da un sistema di "pesi", come avveniva con i precedenti modelli, ma da una molla elastica ad orologeria caricata da una chiave. L'apparecchio era montato su di una base di legno e il meccanismo ad orologeria, tramite un treno di ruote dentate, azionava un rullo per il trascinamento del nastro. Uno degli assi azionati dall'orologeria recava una coppia di alette che fungevano da freno aerodinamico e mantevano la velocità costante. Una levetta posta sotto la base azionava un freno che, bloccando una rotella d'avorio posta sull'asse delle alette, permetteva di arrestare il meccanismo.
L'apparecchio, oltre a registrare i segnali Morse, fungeva anche da traslatore e cioè poteva ritrasmettere automaticamente i segnali ad un altro ricevitore telegrafico [3] . In altre parole la modalità di traduzione o traslatore dei segnali non richiedeva alcun operatore e poteva elaborare automaticamente e ritrasmettere un messaggio alla stazione successiva evitando errorri nel rilancio manuale del testo.  
Unità di misura della lunghezza in uso nel regno delle Due Sicilie.

Nel Regno delle due Sicilie vi furono due sistemi di misure: quello stabilito dalla legge del 31 dicembre 1809 per i "Reali domini di là del Faro" e quello fissato dalla legge del 6 aprile 1840 per i "Reali domini di qua del Faro" (ex Regno di Napoli).
Quest'ultimo, all'art. 2, prescriveva: "la base dell’intero sistema, il palmo, è la sette milionesima parte di un minuto primo del grado medio del meridiano terrestre ovvero la sette milionesima parte del miglio geografico d’Italia pari a 0,26455026455 m.", sostituendo così il valore del vecchio palmo napoletano, pari a 0,2633333670 metri, fissato da Federico I d’Aragona con l'editto del 6 aprile 1480, al quale furono apportati correttivi nei successivi periodi.

Palmi Napoletani
Unità di misura della lunghezza avente valore variabile a seconda dei luoghi e dei tempi. Il palmo napoletano valeva 0,2633333670 metri (dal 1480 al 1840), 0,26455026455 metri (legge del 6 aprile 1840).
Il palmo è simile alle misure in vigore in Europa prima dell’avvento del sistema decimale. I sottomultipli, in numero di tre, erano molto simili ai corrispondenti anglosassoni: 1/12 di palmo era un’oncia lineare che, a sua volta, era una linea. La linea si divideva ancora in 1/12 di linea che era la microscopica misura di un punto (circa 0,15 mm). I multipli, anch’essi in numero di tre, erano: 8 palmi che costituiscono una Canna, 16 canne che formano una corda e 45 corde che rappresentano il miglio (pari a 1,486643328 km).

Canne
La canna costituiva la misura di grandezza utilizzata prima dell’introduzione del sistema metrico decimale.
In base all’editto del 6 aprile 1480, emanato da Ferdinando I d’Aragona, veniva utilizzata la canna composta da 8 palmi avente valore di 2,109360 metri. Era l’unità di misura più utilizzata nel commercio al minuto dei tessuti, tele, stoffe, e nelle misurazioni inerenti la costruzione di fabbricati, tavole, pietre. Il suo sottomultiplo era la “mezza canna”.
La legge del 6 aprile 1840, emanata da Ferdinando II, stabilì che doveva utilizzarsi la canna lineare composta da 10 palmi avente valore 2,6455026455 metri.

Passi
Il passo era un'altra unità di misura di lunghezza in uso prima dell’adozione del sistema metrico decimale e avente valore variabile a seconda dei luoghi e dei tempi.
A Napoli, l’editto del 1480 stabilì l’utilizzo di due passi:
  1. il passo itinerario, composto da 7 palmi ed uguale a 1,84569 metri;
  2. il passo della terra, composto da palmi 7 e 113, pari a 1,9335799 metri.

Curiosità storica
Nel Duomo di Napoli si trova, da almeno sei secoli, il campione dell’unità di misura del passo napoletano. Si tratta di un’asta di ferro (lunghezza pari a 194 cm) incastrata verticalmente nell’ultimo pilastro della navata sinistra prima del transetto.
da Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Archivio di Stato di  Catanzaro:  https://www.movio.beniculturali.it/ascz/cartografiaarchiviodistatocatanzaro/it/41/scale-numeriche

Il Ricevitore Morse
ESEMPIO DI FUNZIONMENTO DI UN RICEVITORE
linea telegrafica
separatore

[1] Per l’approvvigionamento dei pali di sostegno delle linee telegrafiche, l’Amministrazione napoletana si rivolse alle zone di produzione delle province di Terra di Lavoro, Napoli, Principato Cita, Principato Ultra ed in misura minore dalle Calabrie. Si trattava di castagneti a “turni brevi” (11 anni), su terra rossa e lapillo vulcanici, sui quali si interveniva per lo “sfollo” nel 4°, 7° e 9° anno. Dal legno di questi boschi si ricavavano polloni sottili per armature di ceste e fasciature delle cassette di imballaggio, polloni da spacco per ceste, pertiche e pali per agrumeti, travetti, pali telegrafici, legna da ardere e fascine.
[2] Sviluppato dal Dott. Boucherie in Francia nel 1838, il metodo veniva applicato per la conservazione dei pali telegrafici. Per le tratte telegrafiche si faceva uso dei pali di legno per le linee aeree, perché di costo limitato, sufficiente durata (15-20 anni), facile trasporto e posa in opera, facile fissaggio degli armamenti e dei rinforzi. I pali prima di essere protetti superficialmente venivano sterilizzati. Uno dei primi metodi (Sistema Boucherie) eliminava la linfa facendo filtrare per gravità lungo gli stessi canali linfatici del palo, una soluzione di solfato di rame introdotto alla pressione di 1-2 atmosfere. Successivamente vennero usate soluzioni a base di cloruro di zinco o di fluoruro di arsenico. In Italia tale metodo fu utilizzato sino ai primi del 1900.
[3]  Manuale d'istruzione per gli impiegati della telegrafia elettrica di Sicilia, Giuseppe Lo Cicero, Palermo 1857, pp. 89 - 91.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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