Chi fu Jacopo Bozza? - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

Vai ai contenuti
Miscellanea | Chi fu Jacopo Bozza?

Jacopo Bozza nacque a Milano il 22 aprile 1824, ufficiale della Österreichische - Venezianische Kriegsmarine, [1] nel corso dei moti del 1848 aderì alla Repubblica di San Marco [2] prendendo parte alla mobilitazione contro l’occupazione austriaca.
Riconquistata Venezia, gli austriaci operarono una profonda ristrutturazione della propria arma marittima spingendo i quadri compromessi con gli eventi del 1848 - 1849 ad abbandonare le fila della Marina imperiale.
Bozza fu tra questi e, tra il 1850 ed il 1851, si riconvertì all’iniziativa industriale dando vita ad una fabbrica per la produzione di zolfanelli.
Nel 1856 spostò i suoi interessi a Napoli ove si stabilì, come si evince dagli atti notarili,  in un appartamento alla “strada di Chiaja, nella scala che conduce al ponte[3].
Protagonista assoluto della stagione degli appalti telegrafici nelle Due Sicilie, Bozza rivelò un’inaspettata competenza nel campo che gli fruttò l’affidamento dei lavori per la costruzione delle linee a Sud di Cosenza, a cui fece seguito l’appalto per la distesa dei collegamenti sottomarini tra Reggio e Messina, tra la costa Flegrea e le isole di Procida ed Ischia, tra Otranto e Valona.
I successi conseguiti alimentarono una certa ostilità degli ambienti militari, politici e di corte nei confronti dell’imprenditore lombardo. Un clima peraltro favorito dalla malcelata supponenza anti-napoletana del Bozza e dal coalizzarsi d’interessi colpiti dalla sua "intraprendenza".
Più volte scontratosi con i vertici della Real Marina e del Ministero delle Finanze, fu sottoposto ad una discreta attività d’osservazione da parte della polizia.
Nel 1858, nominato ispettore generale dei telegrafi elettrici, fece parte della reale delegazione che partecipò alle trattative per lo stabilimento di una linea telegrafica internazionale tra le Due Sicilie, l'impero Ottomano e la Grecia.
L’anno successivo fu arrestato per una presunta attività di spionaggio compiuta, secondo l’accusa, intercettando i dispacci telegrafici diretti al Re attraverso la centrale operativa del Ministero delle Finanze. L’imputazione, per mancanza di prove e testimoni credibili, cadde nel giro di pochi giorni ma tanto bastò per porlo ai margini dell’amministrazione telegrafica e fargli guadagnare un utile passaporto di “vittima del Borbone”.
Dopo il 1860, la campagna di “moralizzazione” ispirata da Cavour, e diretta a disfarsi dell’industria e dell’amministrazione pubblica dell’ex regno delle Due Sicilie, scatenò i più disparati appetiti.
Pronti a rinnegare il proprio passato, ed i vantaggi ricevuti, una legione d'affaristi procurò d’accreditarsi agli occhi “generosi” del dittatore Garibaldi prima, e del governo luogotenenziale sabaudo poi.
Bozza appartenne a questa folta schiera.
Prodigandosi soprattutto “finanziariamente” per la "causa italiana", tentò invano di mantenere un ruolo centrale nella nuova amministrazione telegrafica. Garibaldi fu di tutt’altro avviso e lasciatolo da parte, assegnò l’incarico di Organizzatore Generale de’ Telegrafici Elettrici delle Due Sicilie [4] all’ex garibaldino e massone Giovanbattista Pentasuglia, emigrato politico in Piemonte, lucano di nascita, figlio di un impiegato della ricevitoria di Matera.
L’estromissione del Bozza fu parte di un più vasto disegno teso a screditare la qualità delle infrastrutture nelle “provincie meridionali”, a tutto vantaggio di nuovi appalti, nuove concessioni, nuovi affari.  
La telegrafia napoletana, reputata "insufficiente" nelle strutture e negli uomini, fu riorganizzata secondo il modello “piemontese”, le linee a Sud del Garigliano completamente ricostruite.
Bozza, esclusivamente per salvaguardare i propri interessi, si oppose al tentativo di linciaggio morale messo in opera nei suoi confronti pubblicando un pamphlet difensivo dal titolo “Cenni storici sulla telegrafia elettrica nelle Due Sicilie dalla sua istituzione fino a’ giorni nostri” .
Con la fine della Luogotenenza a Napoli, il partito sabaudo si rafforzò grazie all’azione politico – militare del generale Cialdini. Bozza, nell’anno e mezzo trascorso dalla caduta della dinastia napoletana, lavorò al consolidamento della propria posizione rivolgendo i propri interessi all’industria meccanica e siderurgica.
Tessuta una rete di relazioni massoniche, politiche e finanziarie che da Torino, passando per la  Toscana, giungeva sino a Napoli, il 10 gennaio 1863 riuscì ad ottenere dal primo governo Minghetti la concessione per gestire l’ex Reale Opificio di Pietrarsa, all’epoca tra i più grandi stabilimenti meccanici della Penisola. La società per la gestione dello stabilimento si costituì il 9 maggio 1863 con un capitale di 5 milioni di lire, ne facevano parte in qualità di maggiori azionisti Gregorio Macry e Francesco Henry che le avrebbero dovuto cedere in seguito la propria azienda ai Granili. Si realizzava quanto già tentato due anni prima con Bozza nel ruolo di prestanome.
Nel maggio dello stesso anno Bozza s'adoperò per ottenere dal comune di Piombino una licenza per impiantare uno stabilimento siderurgico in associazione [5] con l’imprenditore anglo-genovese Jospeh Alfred Novello, il direttore delle ferriere di Follonica Auguste Ponsard, ed il di lui genero, Alessandro Gigli.
Se le due operazioni fossero andate in porto, Bozza ed i suoi sodali avrebbero avuto ottime possibilità d’imporsi in tutte le commesse, soprattutto ferroviarie, previste dai programmi governativi per le province ex napoletane.
Pietrarsa avrebbe costruito le locomotive, gli accessori, le macchine a vapore, etc., mentre lo stabilimento di Piombino avrebbe fornito tutto il ferro necessario.  Gli eventi però, presero un’altra piega.
L’affidamento dell’Opificio di Pietrarsa non passò sotto silenzio. Giornali come “Il Pungolo[6], impegnatosi per circa due anni contro la cessione delle officine, si unì a quanti ritennero la prossima ventennale convenzione tra il Bozza e lo Stato un atto di favore nei confronti dell’imprenditore milanese ed ella sua cordata, a tutto discapito del pubblico erario.
Tra le priorità del programma di gestione della nuova proprietà dell'opificio di Pietrarsa vi fu la riorganizzazione della produzione e sensibili tagli all'occupazione. Un programma che s'innestava in una situazione sociale già tesa. Nel 1862 gli operai di Pietrarsa si erano già resi protagonosti di alcune manifestazioni di protesta in appoggio alle maestranze dell’Arsenale dell'esercito, contro il ventilato smantellamento del loro opificio ed il trasferimento a Torino delle produzioni militari, ed alla lotta dei lavoratori della costruenda stazione della ferrovia dell’Italia meridionale contro i massacranti orari  di lavoro ed il ribasso dei salari.
Prima che il Parlamento potesse ratificare la concessione dello stabilimento di Pietrarsa, la mattina del 6 agosto 1863 insistenti voci sul prolungamento di un’ora della giornata lavorativa nel periodo estivo, secondo quanto già avveniva negli altri stabilimenti della penisola, spinse gli operai dell'ex reale opificio a richiedere in contropartita un proporzionale aumento del salario. La richiesta fu respinta dal Bozza che, per dimostrare la propria forza, procedette immediatamente al licenziamento di sessanta operai dell’officina delle forge richiedendo il contestuale intervento della forza pubblica per prevenire disordini. Le maestranze inscenarono una vivace protesta nello spazio antistante l’ufficio del Bozza, nulla di più che una folla inerme e vociante ma in un clima già arroventato dai fantasmi delle "reazione borbonica" e della guerra al "brigantaggio", la protesta assunse le tinte fosche della sedizione legittimista. Almeno così dovette apparire al plotone di bersaglieri giunto dalla vicina caserma di Portici in “soccorso” del Bozza.
I militari trovarono il cancello della fabbrica chiuso e benché poco dopo l’arrivo dei soldati fosse stato spalancato dagli stessi operai, il comandante del plotone, senza alcuna necessità o preavviso, ordinò ai suoi uomini di far fuoco su quella massa inerme.
Nel concitato susseguirsi degli eventi, di voce in voce, Napoli  seppe che dinanzi i cancelli del Real Opificio alcuni operai ebbero a perdere la vita, chi sotto il piombo dei moschetti, chi per gli assalti alla baionetta, chi annegato in mare cercando scampo.
Le versioni sul numero delle vittime furono diverse; dai quattro operai uccisi e dodici feriti, secondo il rapporto del delegato di polizia [7], ai sette morti e venti feriti riportati dalla cronaca del giornale napoletano d'ispirazione mazziniana, "Il Popolo d'Italia".
Ufficialmente, per "i fatti di Pietrarsa" si celebrarono i funerali degli "artefici" Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico del Grosso e Aniello Olivierino.
I documeti dell'epoca attestano che i morti accertati sul posto furono Luigi Fabbricini ed Aniello Marino, mentre Domenico Del Grosso ed Aniello Olivieri morirono all'Ospedale dei Pellegrini di Napoli. Rimasero gravemente feriti gli operai Aniello de Luca, Domenico Citale, Mariano Castiglione, Salvatore Calamagni, Antonio Coppola. Meno gravemente feriti gli operai Alfonso Miranda, Raffaele Pellecchia, Giuseppe Chiariello, Carlo Imparato, Tommaso Cocozza, Giovanni Quatonno, Giuseppe Calibè, Leopoldo Aldi, Francesco Ottaiano, Pasquale De Gaetano, Vincenzo Simonetti, Pasquale Porzio.
L’episodio scosse Napoli suscitando commozione e grande scalpore.
Il governo di Torino, attaccato da tutte le opposizioni, ordinò l’arresto dell’ufficiale che comandò il fuoco, per poi dichiararsi impegnato affinché si svolgesse una rigorosa inchiesta.
Bozza, moralmente condannato dall’opinione pubblica, incalzato dalla stampa di sinistra, affidò la propria difesa alle colonne de “La Patria[8], giornale di cui fu direttore e comproprietario.
Tra le posizioni assunte dai giornali in quei giorni, quella della “Civiltà Cattolica" [9] si distinse per lo scetticismo verso gli esiti dell’inchiesta governativa e la ferma critica all'operato del Bozza, definito un uomo che, già prima di quella triste mattina del 6 agosto,"trovò modo di rendersi molto inviso alla parecchie centinaia d'operai che da più anni vi guadagnano il loro pane".
Trascorsero pochi giorni dai "fatti di Pietrarsa", Bozza in carrozza attraversava il  "ponte dei francesi" ed un uomo, rimasto sconosciuto, gli esplose contro alcuni colpi di rivoltella, allontanandosi dal luogo dell'attentato "quitamente, senza che alcuno si movesse per arrestarlo" (Civ. Cat. Op. Cit.).
Le conseguenze fisiche dell’atto terroristico furono lievi, una ferita di striscio ad un braccio, ma la circostanza lo persuase che nell’ex capitale delle Due Sicilie non avrebbe potuto più godere di sicurezza personale, di libertà di manovra e di sufficienti consensi.
Abbandonato ogni residuo indugio egli decise di dirottare altrove le proprie attività industriali, pur senza trascurare di guardare alle province napoletane come ad un ottimo mercato.
Il 30 settembre 1863 Bozza ed i suoi soci rinunciarono allo stabilimento di Pietrarsa.
Il 9 ottobre dello stesso anno, la neo costituita Società Nazionale d’Industrie Meccaniche [10], in cui Bozza fu comunque interessato per una quota di quattrocento azioni, rilevò le officine di Pietrarsa ed il vicino stabilimento dei Granili di proprietà della Macry, Henry e C.
L’inchiesta sui drammatici fatti del 6 agosto imboccò una lunga e tortuosa strada, sino a perdersi nel nulla.
Il clima emergenziale e repressivo, frutto della Legge Pica, fece sì che la ricerca della verità fosse accuratamente distorta ed occultata.
Jessie White Mario [11] nel suo “In memoria di Giovanni Nicotera”, pubblicato nel 1894, ricordò che per “… i fatti dello stabilimento di Pietrarsa (Napoli), narrati da un onesto Corrado Campanili, impiegato del personale contabile d’artiglieria, sostenuto da venti testimoni, gli fruttò la destituzione. …”.
Trasferitosi a Piombino, in Toscana, Bozza curò la nascita della ferriera, un impianto che si giovò, oltre che di macchinari e strumentazioni aggiornatissimi, anche del primo convertitore Bessemer [12] installato  in Italia.
La modernità dei macchinari fu la risultante delle relazioni e degli interessi convergenti dei due soci principali, il Novello ed il Bozza. Difatti, se il brevetto del convertitore fu portato “in dote” da Novello, grazie all’amicizia con Sir Henry Bessemer, macchinari e strumenti provennero da Napoli, acquistati dal Bozza presso le Officine di Pietrarsa, di cui fu ancora azionista attraverso la nuova proprietà.
Nel settembre del 1864 partirono da Piombino due bastimenti per caricare nel porto di Napoli oltre trecento tonnellate di macchinari industriali.
Bozza trattò direttamente con Gregorio Macry l’acquisto delle attrezzature, tra cui macchine soffianti, e due laminatoi usati.
L’officina di Piombino non ebbe lunga vita e già nel maggio 1865 le divergenze tra i soci, ed una crisi nella fornitura del minerale, portarono allo scioglimento della società ed alla creazione di due nuovi stabilimenti, uno, la “Magona”, di proprietà della società costituita tra Novello, Ponsard e Gigli e l’altro, denominato la “Perseveranza”, di proprietà del Bozza.
La ferriera “Perseveranza”, il cui nome risentì delle “influenze” massoniche, diede lavoro a circa settanta operai, per la gran parte detenuti del vicino penitenziario cittadino, assegnati alle officine in regime di lavoro coatto.
Tra il 1866 ed il 1870 lo stabilimento affrontò un ciclo economico altalenante, caratterizzato da continui rallentamenti della produzione.
Bozza, da sempre abituato ad interagire con la politica, decise di sostenere i propri interessi candidandosi al consiglio comunale di Piombino.
Eletto nel 1866, agì per assecondare importanti scelte sul piano delle infrastrutture, come la costruzione della strada di collegamento tra il porto, gli impianti industriali e la città o il sospirato raccordo ferroviario tra Piombino e la linea tirrenica.
Dal 1871 al 1873 le sorti produttive della Perseveranza migliorarono ma il 1873 fu anche l’anno del fallimento della banca Cooke di New York, evento che segnò l’inizio della “Grande Depressione”, una crisi di lunga durata (1873 – 1895) che in breve contagiò l’economia mondiale.
La recessione ebbe tra i suoi effetti l’affermarsi di un processo di “concentrazione industriale” che ridusse drasticamente il numero delle imprese, ed accrebbe le dimensioni di quelle che rimasero.
Le banche rastrellando il denaro prodotto dal risparmio pubblico, lo investirono in finanziamenti alle imprese, nell’acquisto di azioni delle stesse, ed in molti casi ne acquisirono il controllo.
Già nel 1872 Bozza ebbe necessità di reperire nuovi capitali e fu costretto ad aprire la propria società all’ingresso di soci finanziari. La Perseveranza mutò ragione sociale in società anonima “Stabilimento Metallurgico Perseveranza”, la proprietà transitò nelle mani del consiglio d’amministrazione e Bozza vide diminuire il proprio ruolo nella ferriera, sino a doversi accontentare di svolgere la funzione di “direttore tecnico”. Nel 1876, le proprie difficoltà finanziarie ed il difficile rapporto con i soci spinsero Bozza alla definitiva cessione del proprio pacchetto azionario poco prima che la proprietà della “Perseveranza” fosse acquisita dal “Credito Mobiliare”.
Lasciata Piombino, nel 1876 egli si trasferì con la propria famiglia a Corneto, l’odierna Tarquinia, cittadina agricola al confine tra Lazio e Toscana ove decise d’investire i capitali residui in un’ultima impresa industriale.
Nelle pagine dell’opuscolo “Sulla fabbricazione in Italia delle piastre di corazzatura e delle rotaje in acciaio in condizioni da sostenere la concorrenza estera [13]”, scritto da Bozza nel 1875, s’individuano le idee forza di un programma industriale che egli volle mettere in pratica dedicandosi alla nascita di una nuova ferriera.
Nel 1877 acquistò un vecchio mulino sul fiume Marta le cui acque fornirono la forza motrice alla nuova ferriera. L’intento fu quello di proporsi ancora una volta come imprenditore siderurgico per governo e società ferroviarie, immaginando uno sviluppo delle proprie attività di pari passo con la crescita delle commesse pubbliche.
Alla fine degli anni settanta dell’Ottocento le difficoltà già incontrate perdurarono, mercato ristretto, alti costi di produzione, continua necessità di capitali e scarse commesse pubbliche, costrinsero Bozza ad un accordo con la Banca Generale che prese in affitto la ferriera. Lo stabilimento di Tarquinia non ebbe più alcuna autonomia produttiva, la banca impose la fabbricazione di solo “ferro mercantile ribollito”, ottenuto dalla lavorazione di vecchie rotaie, successivamente acquistato e venduto dalla società anonima “Ferriere Italiane” controllata dalla stessa "Banca Generale”.
Il 6 ottobre 1881 Jacopo Bozza terminò la propria avventura terrena lascando il testimone al proprio figlio Alessandro che continuò, pur tra grandi difficoltà, sino al 1893, anno della definitiva chiusura della ferriera.
Circa nove anni dopo, nel 1902, l’impianto fu acquistato dall’ingegnere belga Cassian Bon [14], e trasformato in fabbrica di carta paglia.
Jacopo Bozza
Jacopo Bozza (1824 - 1881), Ovale del monumento funerario nel cimitero di Tarquinia (VT).
La proclamazione della repubblica di San Marco
Venezia, 1848; Proclamazione della Repubblica di San Marco,
Gianbattista Pentasuglia
Gianbattista Pentasuglia (1821 - 1880)
il pungolo 1860
"Il Pungolo", fondato quale derivazione dell'omonimo giornale milanese, divenne espressione della borghesia meridionale assumendo posizioni vicine alla sinistra costituzionale. La redazione fu in Napoli al  Vico Santa Maria Vertecoeli N. 9 - Direttore Domenico Castellini.
Il Popolo d'Italia, testata mazziniana fondata a Napoli nel 1860
"Il Popolo d'Italia", giornale delle sinistra risorgimentale (mazziniani, garibaldini e reubblicani federalisti) fu fondato a Napoli nel 1860 da Filippo De Boni ed Aurelio Saffi per ordine di Mazzini all'epoca esule a Londra. Espressione dell'Associazione Nazionale Italiana, fu promosso per sostenere il programma politico-militare di Garibaldi, il primo numero fu pubblicato il 18 ottobre 1860.  Il giornale cessò le pubblicazioni nel 1873, un anno dopo la morte di Mazzini.
La Civiltà Cattolica 1863
"La Civiltà Cattolica", rivista fondata intorno al 1850 da un gruppo di gesuiti di Napoli esuli dal Regno di Sardegna, per iniziativa di padre Carlo Maria Curci. La pubblicazione, dal carattere combattivo e polemico, nacque con il proposito programmatico d'entrare in dialogo con la cultura contemporanea per preservare la “civiltà cattolica” dalle provocazioni risorgimentali di massoni e liberali.

jessy withe
Jessie Jane Meriton White,  repubblicana, scrittrice e filantropa inglese naturalizzata italiana.
Monitore Industriale Italiano (Roma, numero 41 dell'11.10.1881) Necrologio del cav. Jacopo Bozza.
separatore

[1] Marina da guerra Austro – Veneziana.
[2] marzo 1848 – agosto 1849.
[3] Contratto appalto per la costruzione delle linee elettro-telegrafiche in Sicilia, Atto notaio Giuseppe Martinez di Napoli, n. di repertorio 819 del 6 novembre 1856.
[4] Art. 2 decreto 16 settembre 1860 a firma del ministro dei lavori Pubblici d’Afflitto e dal prodittatore Sirtori.
[5] La società fu costituita il 10 aprile 1865 presso lo studio del notaio Paolo Galeotti di Piombino.
[6] Il Pungolo, giornale politico popolare della sera del 16 gennaio 1863 – Napoli. Diretto da Jacopo Comin, il giornale si collocò nell’area d’opposizione moderata, con una tiratura di circa 6mila copie.
[7] Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura, fascio 16.
[8] La Patria” del 23 agosto 1863. Giornale d’opposizione moderata, con una tiratura di circa 5mila copie, ne fu direttore e comproprietario Jacopo Bozza, l’imprenditore Gerolamo Maglione, dal 1869 senatore del regno d’Italia, fu l’altro proprietario della testata.
[9] Pagine 622, 623 - La Civiltà Cattolica; Anno XIV, Volume VII - Serie V, Roma 1863.
[10] Nella Società Nazionale d’Industrie Meccaniche confluì la Macry, Henry e C., oltre a vari azionisti privati, tra i quali si annoverarono numerose famiglie aristocratiche napoletane come i Serra, gli Spinelli, i Lucchesi ed i Pignatelli.
[11] Jessie Jane Meriton White coniugata con Alberto Mario (Gosport, 9 maggio 1832 – Firenze, 5 marzo 1906) d'orientamento liberale - repubblicano, fu una reporter anglo-italiana, documentarista del risorgimento e assertrice della causa unitaria italiana.
[12] Forno che permetteva la produzione di acciaio in un'unica lavorazione.
[13] Edito in Firenze presso la Tipografia della Gazzetta d’Italia 1875.
[14] Pag. 26 La Vie Wallonne, Volumi 42 – 43 Liegi, 1968.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons
Attribuzione - Non commerciale -
Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Stampa
Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





Privacy
Torna ai contenuti