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Segnalare in Mare | La telegrafia navale

La produzione industriale del telescopio rese possibile sperimentare una vasta gamma di sistemi di segnalazione ottica, il primo ad essere sviluppato fu proprio quello della telegrafia navale.
Prima del diciassettesimo secolo la comunicazione in mare, generalmente, avveniva attraverso la parola. Il modo abituale per un ammiraglio di trasmettere ordini ai comandanti della propria flotta era quello di chiamarli a convegno bordo della nave ammiraglia. Un vessillo di consiglio era usato per chiamare i comandanti alla "conferenza".
Vigevano alcune convenzioni internazionalmente riconosciute che assegnavano ad alcune bandiere un preciso significato: una bandiera gialla indicava malattia e quarantena, una bandiera rossa o "sanguinosa" era un segno di battaglia, una bandiera nera, detta "parlé", segnalava la richiesta di trattativa, tregua, o resa.
Quando una nave s'arrendeva la sua bandiera veniva ammainata ed il nemico ne prendeva possesso issando la propria insegna.
Era legittimo issare falsi colori in tempo di guerra per confondere o attirare il nemico a portata di tiro o di arrembaggio, ma non era permesso impegnarsi o commettere alcun atto ostile mentre la nave batteva falsi colori. Una nave che issava false bandiere, quando riusciva a portare il nemico alla sia portata, doveva ammainare i colori ingannevoli ed issare il proprio vessilo, solo allora poteva iniziare il combattimento. Insomma, consuetudini marinare per alcuni atti elementari che non risolvevano i problemi della tattica navale.
Le marine europee, in particolare la francese e l'inglese, a partire dalla fine del 1600 iniziarono a sviluppare modelli di telegrafia a bandiera e codici per trasmettere e ricevere messaggi complessi, sempre più vicini al linguaggio parlato.
Le guerre, lo sviluppo dell'industria, dei commerci e del colonialismo, stimolarono l'ideazione e la realizzazione di tecniche similari anche per le comunicazioni a distanza sulla terraferma. Lo sviluppo scientifico appoggiò pienamente gli sforzi delle nazioni di dotarsi di sistemi di comunicazione sempre più perfezionati ed efficienti. Dalle bandiere si passò alla telegrafia visuale, con sistemi di trasmissione meccanica dei segnali ed infine, si giunse alla telegrafia elettrica, la strada verso le moderne telecomunicazioni era aperta.  
La  Rapida Evoluzione della Telegrafia Navale
Lo stretto rapporto tra innovazione tecnologica nella costruzione di navi ed armamenti, e trasformazione delle tattiche e delle strategie della guerra marittima, rese le comunicazioni in mare uno dei fattori risolutivi dei conflitti navali di fine diciottesimo secolo.
Le guerre coloniali, quella per l’indipendenza americana, e poco più tardi lo scontro con la Francia, prima repubblicana e poi imperiale, videro l'affermarsi di nuovi modelli tattici che impressero una decisa accelerazione allo sviluppo delle tecniche di segnalazione, dando vita ad una serrata competizione tra i due maggiori antagonisti sulla scena mondiale: la  Francia e l’Inghilterra.
I perfezionamenti apportati ai sistemi di comunicazione in mare furono la risultante di un complesso percorso evolutivo al cui interno si collegarono le competenze scientifiche, militari, tecnologiche e marittime di una nuova leva d’ufficiali cresciuta nell’humus dell’illuminismo europeo.   
E’ oltremodo difficile poter ascrivere ad un singolo personaggio o ad una nazione, ancorché vincente sotto il profilo militare, l’esclusivo merito d’aver rivoluzionato le arcaiche metodologie di comunicazione, d’aver ideato un determinato segnale o un particolare cifrario, al contrario, ciò che nella storia delle segnalazioni s’affermò come una costante, fu il principio dell’interazione tra le esperienze ed i riflessi che queste ebbero sul perfezionarsi dei sistemi di comunicazione.    
Nel contesto Mediterraneo la Marina napoletana non sfuggì a questa “regola”. La stessa vicenda storica delle Due Sicilie, attraversata dalle alleanze con i protagonisti della politica marittima europea, conferì alla sua Armata di Mare l’opportunità d’acquisire conoscenze e sviluppare propri metodi di segnalazione derivandoli dagli usi delle Marine di Spagna, Francia ed Inghilterra.

Un Patto di Famiglia
Madrid, Parigi, Parma, Napoli l’evoluzione della comunicazione marittima nell’ambito dei regni borbonici.

Alla fine del diciassettesimo secolo il padre gesuita francese Paul Hoste (1652 – 1700), professore di matematica presso il Real Collegio di Marina di Tolone, pubblicò L’art Armées Navales ou Traité des évolutions Navales" (1697), primo autentico trattato di tattica navale.
Alla stesura dell’opera Hoste lavorò profondendovi, oltre la propria cultura scientifica e l’esperienza personale maturata in circa vent’anni di navigazione, le conoscenze apprese dall’ammiraglio de Tourville, con il quale intrattenne un lungo confronto sui temi della tattica navale. Il libro ebbe successo, soprattutto per la sua chiave innovativa racchiusa nel metodo pedagogico adottato.
Il Traité non fu solo un compendio di manovre, articoli e dettagli ma, principalmente, un progetto ben più ampio e preciso che abbracciò cento anni di storia navale, dalla battaglia di Lepanto del 1571, sino alla disfatta francese di La Hougue del 1692.
Hoste fece della storia materia viva per una riflessione sugli errori e sui pericoli di certe scelte tattiche, ed in quest’approccio si sostanziò l'aspetto educativo del trattato.
Delle quattrocentoventiquattro pagine de L’art Armées Navales, ben trecentoottantadue furono dedicate ai problemi della manovra e solo cinque affrontarono il tema delle segnalazioni in mare.
Assumendo lo schema utilizzato dal conte di Tourville, Hoste riservò alle comunicazioni un ruolo in gran parte tradizionale.
Il sistema di segnalazione continuò ad essere utilizzato per trasmettere pochi ed elementari messaggi alle navi della squadra, trascurando l’importanza del “contatto costante" tra le singole unità dello schieramento amico nel corso delle azioni navali.
La “conferenza”, evento nel corso della quale l’ammiraglio, prima dell'inizio delle ostilità, rendeva noto agli ufficiali della flotta il dettaglio delle proprie direttive tattiche, mantenne un ruolo centrale nella preparazione e nello svolgimento della battaglia.
Secondo questa “consuetudine” il combattimento navale, almeno sul piano degli ordini impartiti, avrebbe dovuto mantenersi entro una ordinata rigidità, condizione sovente smentita dalla realtà.
L’influenza esercitata dalle regole della tattica terrestre fu ancora condizionante, tanto da affidare alle corti marziali il compito di sanzionare i comportamenti non ritenuti conformi agli ordini ricevuti nel corso della conferenza.
Un vuoto di comunicazione, di creatività e di flessibilità tattica ed operativa, fu trasformato in un problema di disciplina militare.
È tuttavia innegabile che Hoste e Tourville, pur considerando i limiti del "trattato" in tema di comunicazioni in mare, introducendo il concetto e la pratica della standardizzazione dei segnali, la limitazione del numero di posizioni in cui essi poterono essere mostrati, e la revisione dei loro colori, contribuirono alla creazione di un nuovo ordine in alcuni importanti aspetti delle tecniche di segnalazione.
Fattori critici, mai abbastanza considerati in precedenza, quali il fumo prodotto dagli incendi e dallo sparo dei cannoni, la distanza, il vento, l’ombra delle vele, la nebbia o la pioggia, rendevano la visibilità e quindi l’aspetto dei segnali, una questione niente affatto secondaria. Hoste s’interrogò su questi temi, ed in parte cercò di ovviare scegliendo di far ampio ricorso a segnali sonori purtroppo, anch'essi difficilmente distinguibili nel clamore d’una battaglia.
Problematicamente egli rifletté che in mare, a prescindere dalla distanza, le bandiere con una miscela di colori sarebbe risultata molto difficile da riconoscere e dunque, ritenne opportuno adoperare segnali con disegni geometrici molto netti distinti dalla combinazione di tre soli colori: il blu, il rosso ed il bianco.  
Le bandiere proposte nel trattato furono trentacinque, a cui fu aggiunto il “British Jack” con funzione di “segnale generale”.
Quest'ultimo vessillo, inalberato prima degli “ordini”, avrebbe informato l’intera flotta del carattere generale di questi ultimi.
Sette “fiamme”, issate due a due, in quarantanove combinazioni diverse diedero luogo ai cosiddetti segnali “Nominativi”, messi a punto per identificare le squadre, le divisioni o l’appartenenza delle singole unità a ciascuna divisione.
I principi enunciati, i modelli tattici e lo schema per le segnalazioni in mare de “L’art Armées Navales”, ebbero grande influenza per tutto il secolo successivo, particolarmente nelle Marine francese e spagnola.  
Come considerato, il progresso delle comunicazioni in mare s'avvalse più dell'esperienza pratica che della riflessione teorica e quindi, un ulteriore nuovo passo fu compiuto a seguito del disastro subito dall’ammiraglio spagnolo Antonio de Gaztañeta, sconfitto dagli inglesi l’11 agosto 1718 nelle acque siciliane di Capo Passero.
L'episodio mosse l’interesse d’un acuto osservatore militare, Don Juan José de Navarro (1687 - 1772), ammiraglio della Real Armada, nato a Messina ed arruolatosi giovanissimo nel Tercio Fijo de Nápoles.
Navarro valutò il rovescio militare subito da Antonio de Gaztañeta, per la gran parte riconducibile alle gravi carenze del “codice di segnalazione”che non avrebbero consentito l’efficace governo della flotta.
La battaglia di Capo Passero, prodromo di quella che fu chiamata la “guerra della quadruplice alleanza”, ispirò in Navarro una riflessione sugli aspetti tattici della guerra marittima.
L’unica fonte “aggiornata” che egli poté consultare fu il trattato di padre Hoste, testo alla cui traduzione si dedicò senza trascurare d’integrarlo, ampliarlo ed adattarlo alla propria esperienza ed alla realtà della Armada di Spagna.
Il lavoro, con dedica al principe delle Asturie, il futuro Ferdinando VI, arricchito da numerose illustrazioni esplicative, fu pubblicato nel 1723 con il titolo “Las Evoluciones Navales”.
Nei cinque volumi di cui si compose l’opera, Navarro sostenne l’importanza d'un diverso approccio tattico, sostanzialmente basato sul manovrare in modo tale da mantenere sempre l’iniziativa, senza nulla concedere al nemico.
In fondo si trattò della stessa ricetta seguita dagli inglesi che tanti successi fece loro conseguire sino al vero e proprio trionfo nelsoniano. Una “ricetta” che Navarro mise in pratica nella battaglia di Tolone del 22 febbraio 1742, episodio in cui umiliò la squadra dell’ammiraglio inglese Thomas Matthews, guadagnandosi sul campo il titolo di marchese della Vittoria.
Un contributo al progresso delle segnalazioni in mare Navarro lo diede allegando al proprio trattato un “codice dei segnali [1], testo indubbiamente non originale, ma che costituì la base per i suoi successivi scritti.
Nel 1732, di ritorno dalla spedizione di Oran, contro il protettorato Ottomano d’Algeri, egli raccolse e vagliò tutti i codici di segnalazione utilizzati dagli ammiragli della Marina spagnola.
Per lo più copiati da modelli francesi, e con ben poche differenze tra l’uno e l’altro, dalla loro comparazione fu evidente quanto fossero incompleti ed insufficienti per le complesse esigenze della tattica navale. Navarro volle quindi passare ad indagare i sistemi di segnalazione delle principali potenze navali europee, ed ebbe modo d’osservare il medesimo errore.
Francesi, inglesi, veneti, russi ed olandesi collocavano le bandiere su tutti gli alberi disponibili a bordo, cosa che egli giudicò un difetto grandissimo che, oltre a non consentire la piena leggibilità dei segnali, spesso ingenerava pericolosi equivoci e ritardi nell’esecuzione degli ordini.
Un errore commesso anche dalla Marina inglese, presso la quale albergò anche la pessima abitudine d’abbassare le vele per agevolare la visione dei segnali.
Decisamente un quadro d’insieme carente, dall’analisi del quale fu però possibile trarre elementi per migliorare l’architettura del sistema di comunicazione marittimo.
Navarro propose un metodo a segnali numerici costruito sull’uso di diciotto bandiere: nove a rappresentare le"unità", ed altre nove, da collocarsi “in testa” alle prime, per le “decine”.
Con l’utilizzo combinato di più bandiere, il marchese della Vittoria superò il tradizionale “singolo segnale”, introducendo un cifrario di 209 posizioni numeriche corrispondenti ad altrettanti messaggi codificati.
Sufficientemente articolato per le esigenze della Real Armada, il nuovo schema riscosse l’apprezzamento di eminenti personaggi della Marina spagnola ma, anche la decisa contrarietà del Segretario di Stato alla Guerra, Jose Patiño.
Il progetto rimase nel cassetto per quasi trent’anni, sino al settembre 1759, quando Navarro inalberò la propria insegna sulla nave "Fénix", al comando della squadra incaricata di scortare da Napoli a Barcellona Carlo di Borbone, il nuovo re di Spagna.
Un viaggio storico in cui, per la prima volta, Navarro ebbe l'opportunità di sperimentare il “Código de Señales [2].
Pubblicato a Napoli per i tipi della Stamperia Reale con il titolo "Piano de señales de dia que han de servir y observar todos los navios que componen la Escuadra de mi mando del Rey N.S. para la campaña de este presente año de 1759" [3], il codice di Navarro disorientò non poco gli Ufficiali della flotta napoletana, sia per la novità rappresentata da un articolato sistema di comunicazione che impiegava bandiere, gagliardetti e serie numerarie che per il poco tempo a disposizione per assimilarlo.
In tempi brevi le navi furono fornite dei corredi di bandiere necessari e gli Ufficiali, abbandonata ogni prevenzione, appresero con facilità il modo d'utilizzare i nuovi segnali di manovra [4]. Tutto fu pronto per tempo e la mattina del 7 ottobre 1759, Carlo III lasciò il porto di Napoli [5] per giungere a Barcellona dopo dieci giorni di navigazione.
Antonio Joli, pittore modenese alla corte madrilena, illustrando l’evento della partenza di re Carlo, ci ha lasciato tre dipinti, due dei quali[6] mostrano le unità napoletane e spagnole schierate nel golfo di Napoli. In queste opere Joli inquadrò l’evento in due diversi momenti e da due differenti prospettive l’una, ripresa dal mare, descrive la partenza da Napoli di Carlo di Borbone, l’altra, vista da terra, mostra il corteo delle barche reali dirigersi verso i vascelli ancorati in rada.
In quest’ultima veduta le flotte napoletana e spagnola appaiono parate a festa, tra bandiere borboniche ed i segnali del nuovo codice.
Per la Marina napoletana, nata da una costola della Real Armada, l’evento non fu semplice sfoggio d'occasione, il vascello napolatano “San Filippo la Reale”, difatti, fu la nave che accompagnò il re e la sua famiglia sino in Spagna, una traversata svolta di concerto con la squadra spagnola, nel corso della quale le comunicazioni furono mantenute ricorrendo al Codice dell’ammiraglio Navarro.
Una circostanza che, almeno in quel momento, rispettò la “naturale” adesione a tutto ciò che perveniva dalla Marina spagnola avendone, quella napoletana, già adottato consuetudini, regolamenti, segnali ed organizzazione.
Furono proprio i legami dinastici, i cosiddetti “Patti di Famiglia [7] tra i regni di Spagna, Francia, e Parma, cui Napoli non aderì ma nella cui orbita gravitò, ad istituzionalizzare le interazioni tra le amministrazioni dei tre regni,  favorendo lo scambio di uomini, competenze, tecnologie, materiali e modelli di tattica navale.
Un know how che la Marina napoletana utilizzò per migliorare la propria organizzazione, la cantieristica navale, l’industria di supporto, e la formazione degli ufficiali e degli equipaggi.
Tra Parigi e Madrid questa intesa si giocò tutta sul progetto di una potenza navale franco – spagnola, che ristabilisse l’equilibrio con la Gran Bretagna.
Fermamente convinta di quest’alleanza la Francia rivestì un ruolo guida, anche negli studi sulle tattiche del combattimento navale e lo sviluppo di codici di segnalazione innovativi.
Descrizione del telescopio acromatico a rifrazione. Costruito da P. e J. Dollond, St. Paul's Church Yard, London.
"The sailing and fightig  instructions or signals  as they are observed in the Royal Navy of Great Britain" di Jonathan Greenwood, Londra, 1714–1715. Un modesto codice dei segnali, il primo ad essere stampato in inglese, non introdusse alcuna novità nelle consuetudini dell'epoca. L'autore  si limitò a riprodurre i segnali generalmente in uso nella Marina allo scopo di facilitarne l'apprendimeno da parte degli Ufficiali inferiori della Royal Navy. L'opera, stampata in edizione economica, fù possibile divulgarla pubblicamente poichè, sebbene le istruzioni alla flotta fossero confidenziali, i segnali non lo furono (Perrin). Le "Istruzioni" di Greenwood non furono mai rese ufficiali dalla Marina inglese, ma almeno un comandante della flotta del Mediterraneo le utilizzò.
Bandiere del Codice Hoste tratte da “A treatise on naval tactics, by Paul Hoste, translated by Captain J.D. Boswall R.N.F.R.S.E.“ Edimburgo, 1834.  
Anne Hilarion de Costentin comte de Tourville,
Il viceammiraglio e maresciallo di Francia Anne Hilarion de Costentin comte de Tourville (1642 - 1701).
Bandiere del Codice de Tourville
Tipi di bandiere per l’uso navale
Marchese della Vittoria
Juan José de Navarro Viana y Búfalo, Marchese della Vittoria, ritratto in  divisa di Capitano Generale della Real Armada, con decorazione dell’ordine napoletano di San Gennaro. Rafael Tejeo,1828, Museo Navale di Madrid.
La partenza di Carlo III da Napoli, Antonio Joli , Madrid Museo Nacional del Prado.
Simboli dei legami dinastici tra le corone borboniche d’Europa (Francia, Spagna; Parma e Piacenza, Due Sicilie) .
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[1] Il codice fu pubblicato con il titolo: “Proyecto, ò mapa general por cuya disposición todas las operaciones, y movimientos  particulares de una armada naval se puedan executar por medio de las referidas señales de banderas, gallardetes, tiros de artilleria, y faroles de noche”.
[2] [4] pag. 278, 279 Varones ilustres de la Marina Española. Vida de D. Juan Josef Navarro, Primer Marques de la Victoria. Por el capitan de fregata Don Josef de Vargas Y Ponce. Madrid en la Imprenta Real año de 1808.
[3] pag. 137 de "Catalogo de la Biblioteca Central de Marina" Madrid 1865, Imp. De Tejado, Á Cargo De R. Ludeña. Calle de Silva, 47 y 49, bayo.
[5] Al termine del viaggio Carlo III insignì l’ammiraglio Navarro del bastone d’oro della milizia, elevandolo al grado di Capitano Generale della Real Armada di Spagna. Il codice dei segnali fu successivamente pubblicato a Cadice nel 1765.
[6] “Di questa coppia di dipinti si conoscono almeno cinque redazioni: al Museo del Prado di Madrid, al Kunsthistorisches Museum di Vienna, all'ambasciata spagnola di Lisbona (andata dispersa nel 1973), al Palazzo della Prefettura (l'unica firmata e datata 1761) e al Museo di Capodimonte di Napoli.” Mariella Utili (a cura di), presentazione di Nicola Spinosa, Museo di Capodimonte, Milano, Touring Club Italiano 2002, p. 166. Nel quadro di Joli qui presentato è possibile vedere in primo piano la squadra di scabecchi napoletani e sulla destra il corteo di barche reali che si avvia verso il vascello napoletano San Filippo la Reale che porterà il re Carlo III a Barcellona scortato dalla squadra spagnola agli ordini di Navarro.
[7] I legami dinastici tra le corone borboniche d’Europa si concretizzarono sul piano militare nel cosiddetto “terzo patto di famiglia fra i Borbone”, primo accordo di amicizia e reciproca difesa, sulla base del principio "chi attacca una corona, attacca le altre." Il trattato,  fu stipulato a Parigi il 15 agosto 1761. Il documento, sottoscritto da Carlo III di Spagna e Luigi XV di Francia  sancì l’alleanza tra le rispettive corone, in occasione della “guerra dei sette anni”. All’alleanza aderì il ducato di Parma e Piacenza (ramo Borbone-Parma) mentre, per l’opposizione del ministro Bernardo Tanucci, il regno di Napoli si mantenne neutrale. Il “patto” ebbe precedenti nel Trattato dell'Escorial, del 7 novembre 1733, stipulato in occasione della “guerra di successione polacca” e, nel Trattato di Fontainebleau, del 25 ottobre 1743, firmato per la “guerra di successione austriaca”. Tra l’altro, il terzo trattato stabilì una forma di “nazionalità comune” tra i sudditi dei Paesi firmatari (Spagna, Francia).
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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