Le Avarie dei Cavi Sottomarini - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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La Telegrafia Elettrica | Le avarie dei cavi sottomarini

La storia dei primi vent’anni della telegrafia “sottomarina” fu contrassegnata da frustranti avarie dei cavi i cui effetti, spesso, furono irreparabili. L’industria, in particolare quella inglese, condusse intensi studi ed esperimenti nell’intento di realizzare conduttori di migliore qualità e durata, proposito significativamente conseguito solo a fine Ottocento. Parafrasando il titolo di un'opera di Lenin, protremmo affermare che le avarie ai cavi sottomarini furono la malattia infantile della telegrafia elettrica.
Tra il 1850 ed il 1865 i cavi prodotti, sebbene funzionanti, ebbero vita breve senza raggiungere le caratteristiche d'efficienza necessarie ad evitare dispendiosi fallimenti, come quelli verificatisi alla linea anglo-sarda per Malta e Corfù ed ai primi due grandiosi tentativi di “unire” l’Inghilterra agli Stati Uniti.
Le avarie subite dai cavi telegrafici, nel periodo che possiamo considerare "sperimentale", derivarono da diversi fattori, primo fra tutti i difetti intrinsechi alla fabbricazione, l'inadeguata comprensione dei processi di conservazione e manipolazione del cavo, la scarsa conoscenza dell'ambiente sottomarino.
Comunemente, infatti, si credeva che i fondali fossero sufficientemente pianeggianti per la posa, ed i cavi furono quindi adagiati anche su fondali rocciosi che ne erosero, in beve tempo, il rivestimento di protezione. L'ambiente marino espone i cavi ad una serie di pericoli naturali diversificati, anche a seconda della profondità di posa.
Su fondali inferiori a 1000 m. i principali pericoli derivano dalle attività umane (navigazione, pesca, ancoraggi, etc) mentre, in acque profonde più di 1000 m., i pericoli naturali dominano ed includono: mollusci e fauna, terremoti sottomarini, faglie e relative frane che rompono o seppelliscono i cavi, correnti di densità che danneggiano i cavi, correnti e onde creano abrasioni, stress e fatica dei materiali, raramente l'attività vulcanica ha interessato i cavi.
Una pluralità di rischi che, assommati a difetti di fabbricazione ed al degrado provocato da una scorretta manipolazione e conservazione dei cavi telegrafici, furono causa dei numerosi insuccessi che "coronarono" la posa dei cavi sottomarini sino alla soglia adegli anni settanta dell'Ottocento.  
Anche nell’esperienza telegrafica delle Due Sicilie le linee  posate sul fondo dello Stretto di Messina rappresentarono il punto critico dell’intera rete.
Fu nella primavera del 1859 che la linea sottomarina tra Cannitello e Messina fu interessata dalla prima avaria.
L’interruzione, tuttavia, non ebbe ripercussioni negative, il traffico fu semplicemente deviato sul secondo cavo opportunamente posato tra Reggio e la "Cittadella" di Messina.
Ad ottobre dello stesso anno il sig. Raffaele Feola, della stazione di Reggio, inviò un rapporto urgente alla direzione di Napoli con il quale comunicò che “durante un violentissimo uragano una potente scarica atmosferica colpì a Reggio gli ultimi travi che sostenevano il filo terrestre il quale, andava a congiungersi col sottomarino e che, da quel momento, quest’ultimo cessò di agire”.  
Il fulmine troncò definitivamente le comunicazioni con la Sicilia, entrambi i collegamenti sottomarini, smisero di funzionare.
Prima di procedere all’acquisto di un nuovo cavo telegrafico, il  retro-ammiraglio D. Antonio Bracco [1], delegato speciale per la telegrafia, incaricò Bozza d’ispezionare  le linee sottomarine per tentare di ripristinarne almeno una. Con l’assistenza dell’ispettore d’Amico della Direzione di Sicilia e di Giacomo Arena della Direzione di Napoli, si effettuarono le prove elettriche sul primo cavo, quello da Cannitello a Messina.
Dall’esame, quantunque si verificasse una dispersione di 4-6 gradi, sembrò che il cavo fosse ancora in condizione di funzionare ed infatti, ripristinati i collegamenti sui terminali delle due sponde, la comunicazione  riprese.
Sei mesi dopo, nell’aprile del 1860, lo stesso canapo cessò nuovamente di funzionare, l’ingegner Pellegrino fu inviato sul posto per indagarne le cause e ristabilire la comunicazione tra il Continente e la Sicilia.
Le misurazioni elettriche confermarono i timori dei tecnici; il cavo risultò irrimediabilmente compromesso, tanto da necessitarne il sollevamento per sostituire il tratto danneggiato.
Con l’ausilio di un vapore della Real Marina, ed alcune barche d’appoggio, si diede corso all’operazione.
A trecento metri dalla spiaggia di Messina, a recupero quasi concluso, il cavo si tranciò, e solo il pronto intervento delle barche d’appoggio permise di non perdere il tratto troncatosi in mare.
Grande fu lo stupore nell’esaminare la parte danneggiata, il cavo, dal punto di rottura e per circa un metro, si presentò insolitamente ossidato: i dieci fili di ferro esterni ridotti allo spessore d’un ago, l’isolamento di juta e gutta-percha carbonizzato ed i fili di rame, scoperti e semi distrutti.
Nel valutare l’origine di questi due episodi, va considerato che il primo cavo fu posto in acqua nel 1858, ma acquistato ben cinque anni prima.
E’ quindi plausibile che nel corso della lunga conservazione nel deposito di Napoli esso avesse già subito un primo processo di degrado dell’isolamento, peggiorato sino all’ avaria dopo sedici mesi di permanenza in mare.
Le istruzioni industriali dell'epoca raccomandavano di conservare un cavo impregnandolo di una miscela di catrame, olio di lino, pece e cera d'api tuttavia, tale prescrizione, alla prova dei fatti risultò essere insufficiente ad evitare il degrado dell'isolamento.
Un cavo, sebbene trattato, dopo una lunga esposizione all'atmosfera si deteriorava irreparabilmente e questa, fu la causa principale del fallito collegamento atlantico tra Inghilterra e Stati Uniti tentato nel 1858. Qualche anno dopo, studi condotti sulla modalità di conservazione dei cavi sottomarini riconobbero che l'isolante, ovvero la gutta percha, subisce un processo d'ossidazione durante l'esposizione prolungata all'aria. A seguito di questa scoperta, l'industria adottò la pratica dello stoccaggio dei cavi immersi in acqua ma, per l'epoca in cui fu posato il cavo siciliano, questa preziosa informazione non fu disponibile.
Il degrado dell’isolamento di gutta-percha provocava seri danni ai cavi telegrafici, variabili dalla “semplice” dispersione elettrica, all’alterazione dei fili, sino alla completa interruzione del servizio.
Dai confronti condotti sulle avarie subite dai cavi sottomarini posati nei mari di tutto il mondo nel decennio 1850-1860 si valutò che essi potevano mantenere una vita operativa media di circa diciotto - ventiquattro mesi se immersi in acque tempestose o caratterizzate da forti correnti ed attività sismica come quelle dello Stretto di Messina.
Le principali amministrazioni assunsero misure cautelative per assicurare la continuità dei propri servizi, ebbero quindi necessità di disporre di adeguati capitali per il recupero e la riparazione dei cavi danneggiati, o per il piazzamento di più collegamenti su di una stessa tratta sottomarina.
Analogamente, i telegrafi napoletani, nell’affrontare il transito dello Stretto, si premunirono da possibili interruzioni disponendo la posa di due cavi sottomarini, ma la precauzione non fu sufficiente. Gli effetti delle correnti di marea nello Stretto di Messina, unitamente alla impropia conservazione del cavo nel deposito di Napoli causarono il grave danno riscontrato dai tecnici napoletani sul  cavo della linea Cannitello – Messina mentre la sfortunata circostanza che colpì il terminale di Reggio, rese inutilizzabile anche la seconda linea benché questa fosse stata allestita con un cavo di ultima generazione acquistato presso la Glass, Elliot & C., fabbrica di punta del sistema industriale inglese della telegrafia sottomarina.
Problemi simili si verificarono anche ai cavi successivamente posati dall’amministrazione telegrafica dello Stato unitario.
Tali conseguenze, osservate e studiate ai primi del Novecento, ebbero evidenza scientifica nell’articolo “I cavi telegrafici e le correnti sottomarine nello stretto di Messina” pubblicato nel 1904, sulle pagine della “Rivista Marittima” dal prof. Giovanni Platania, libero docente di Oceanografia presso la Regia Università di Napoli.
Gli avvenimenti seguiti allo sbarco di Garibaldi a Marsala non consentirono l’immediato ripristino della linea telegrafica, riattivata solo nell’aprile del 1861 con la posa di un nuovo cavo tra Reggio e Messina. Anche in questo caso, le operazioni tra Ganzirri e Punta Pezzo, iniziate il 17 marzo del 1861, furono condotte dal “Principe Carlo”, ribattezzato “Tronto” dal nuovo governo e rimorchiato a Messina dall’avviso a ruote “Aquila”, anch'egli proveniente dai ruoli del naviglio della Real Marina delle Due Sicilie.
Tra il 1862 ed il 1863 la linea tra il Continente e la Sicilia subì continue interruzioni. Il 10 agosto 1863 fu decisa l’ennesima collocazione di un canapo sottomarino tra Torre del Faro e Bagnara di Calabria, ma i risultati furono oltremodo deludenti.
La nuova amministrazione non volle avvalersi della precedente esperienza napoletana, ed anziché predisporre un doppio collegamento preferì utilizzare un solo cavo, sebbene opportunamente isolato e corazzato.
Nel 1867, dopo sette anni di continue interruzioni del servizio, l’appalto fu affidato all’impresa britannica "Telegraph Construction and Maintenance" la quale, anche per garantire i collegamenti inglesi con Malta, posò sul fondo dello Stretto ben tre cavi di ultima generazione, con i quali riuscì a mantenere la linea, trasferendo il collegamento dal cavo eventualmente in avaria, ad uno dei due posti in riserva.
Nei mesi successivi l’unificazione, gli altri due tracciati sottomarini posati dall’ ex amministrazione napoletana, pur non subendo alcun danno ebbero destini diversi.
La linea da Napoli per Procida-Ischia, proseguì il suo lavoro senza alcun problema, il collegamento Otranto-Valona, al contrario, fu interrotto per volontà della Sublime Porta in attesa che si definissero gli avvenimenti politico – militari che interessarono le Due Sicilie.
Il 9 luglio 1861, il ministro turco degli Affari Esteri Alì Pascià, comunicò ufficialmente all’inviato straordinario e ministro plenipotenziario italiano, Giacomo Durando, la decisione del governo ottomano di riconoscere Vittorio Emanuele II “re d’Italia”[2] .
Con lo stabilimento delle relazioni diplomatiche, il 16 gennaio 1862 fu stipulata la convenzione telegrafica italo-turca che consentì la riattivazione del collegamento tra le Puglie  e l’Albania.
Due anni dopo, nel 1864, ad opera dei tecnici della Henley’s Telegraph Works, fu posato un nuovo cavo telegrafico sottomarino tra Otranto e Valona.        
Fasi di lavorazione di un cavo telegrafico. La struttura di un cavo sottomarino consisteva  in un conduttore in rame  che poteva pesare fino a 160 Kg./Km., esso veniva ricoperto con uno strato di gutta perca isolante, a sua volta ricoperto da una guaina di juta. Attorno i primi due strati veniva posta un armatura in fili d'acciaio inguainata con la juta.  Dagli anni settanta dell'Ottocento la protezione per i cavi di grande profondità e/o posati su fondali rocciosi, venne aggiunta una seconda armatura di fili d'acciao che avvolgeva il cavo, anch'essa ricoperta da una guaina di juta.
Pubblicità della Gutta Percha Co.
Pubblicità dei cavi sottomarini prodotti dalla Gutta Percha Co. (1851). I primi rudimenali cavi degli anni quaranta dell'Ottocento furono isolati utilizzando gomma e catrame. I pessimi risultati di questi materiali, negli anni cinquanta, portarono all'impiego della gutta percha. Gomma e guttha perca sono entrambi lattici naurali estratti da alberi tropicali ma la gutta percha ha la caratteristica di conservare nel tempo l'elasticità anche se sottoposta a basse temperature o alte pressioni come sul fondo del mare. La migliore qualità di gutta percha veniva estratta in Malesia e nel Borneo. La Gran Bretagna esercitando il completo controllo sul traffico di questa materia prima, attraverso il porto d'esportazione di Singapore, s'assicurò il predominio nella produzione di cavi telegrafici sottomarini.  
L'Illustrated London News, nel numero del 27 settembre 1851 descrisse la fabbricazione del cavo di collegamento tra Dover e Calais e il suo caricamento sulla nave che lo avrebbe posato, la HMS Blazer . L'anima del cavo (quattro fili di rame isolati con guttaperca) fu realizzata dalla Gutta Percha Company al n. 18 di Wharf Road, Londra, adiacente al Regent's Canal in un edificio tuttora esistente, e l'armatura fu aggiunta dalla Newall & Company presso l'officina della Submarine Telegraph Company a Wapping. Nell'illustriazione si nota che il cavo appena completato è esposto all'atmosfera senza alcuna protezione se non un telone per difederlo dal sole. Questo tipo di errori nella conservazione fu all'origine di molte delle avarie subite dai cavi sottomarini. Solo negli anni sessanta dell'Ottocento si capì che la gutta percha subiva un processo d'ossidazione durante l'esposizione prolungata all'aria. A seguito di questa scoperta, l'industria adottò la pratica dello stoccaggio dei cavi immersi in acqua.
Un cavo sottomarino spezzato appena recuperato a bordo della navi posacavi. Dalla foto si nota l'armatura d'acciaio danneggiata, la presenza di molluschi pendenti dalla corazza ed il conduttore spezzato.
Nave "Great Eastern" 1866 operazioni di recupero del cavo sottomarino Atlantico tranciatosi a 600 miglia da Terranova nel 1865. L'operazione fu condotta arando il fondale (A) con un ancorotto sino ad incocciare il cavo tranciato Una volta "incocciato" tra le marre dell'ancorotto, il cavo fu issato (B) e ricongiunto con l'altro capo.
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[1] vedi pagina del sito: "I semafori e la telegrafia elettrica"
[2] Pagg. 52, 53 L’attività diplomatica del governo borbonico in esilio (1861-1866) Francesco Leoni, Edizioni de L’Alfiere, Napoli 1969.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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