I Semafori e la Telegrafia Elettrica - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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La Telegrafia Visuale | I semafori e la telegrafia elettrica  (1852 – 1861)

Il limite invalicabile della telegrafia ottica fu dato dall'impossibilità di poter osservare un segnale in modo da poterlo "interpretare" in ogni condizione di visibilità. Circostanze naturali ed artificiali, quali il buio della notte, la nebbia, il fumo, la pioggia o il vento, spesso condizionarono il funzionamento del sistema condannando all’inoperatività l’intera rete semaforica, o parte di essa.
In Francia si calcolò che il termine medio d’utilizzo delle macchine telegrafiche si approssimò alle sei ore giornaliere, naturalmente questo valore fu suscettibile di variazioni, anche in funzione della latitudine.  Il Corpo Telegrafico napoletano sperimentò diverse soluzioni per illuminare il trasmettitore nelle ore notturne. Sul finire dagli anni trenta dell’Ottocento ebbe applicazione pratica una lampada particolarmente potente alimentata da una miscela di gas ossigeno ed idrogeno inventata da Filippo Cassola [1], professore di chimica presso l’Accademia militare della Nunziatella. L’apparecchio, variante della lampada di Drummond, fu battezzato in virtù del notevole potere illuminante, “Sole di Cassola”. La lampada, già sperimentata per il faro del porto di Napoli, legò l’attribuzione del proprio nome all’esperimento di illuminotecnica condotto a San Pietroburgo nel 1838, allorquando Cassola,  su invito dello zar Nicola I, impiegò la sua invenzione per produrre effetti di grande chiarore in occasione della rappresentazione dell’opera rossiniana  "Moïse et Pharaon ou Le passage de la Mer Rouge" [2].
Gli inconvenienti legati all’alto costo di esercizio, al pericolo d'esplosione dei gas di alimentazione ed alle difficoltà nel maneggiare l’apparecchio di Cassola, suggerirono la ricerca di sistemi illuminanti alternativi. Fu sperimentata la luce elettrica, ma essendo ancora ai primordi, si rivelò troppo costosa per un'applicazione su vasta scala sebbene proprio l’elettricità, in poco più di dieci anni, portò a soluzione i principali  problemi della comunicazione a distanza sul continente.   
Dal 1852 anche le Due Sicilie iniziarono a dotarsi di una moderna rete elettro – telegrafica, l’efficienza della nuova infrastruttura assorbì la maggior parte del traffico istituzionale, anche i dispacci  semaforici, quando le postazioni si trovarono ubicate in prossimità di stazioni telegrafiche, furono trasmessi attraverso la linea elettrica. Con l’elettrificazione del servizio, mantenere in attività molti ripetitori visuali risultò antieconomico e superfluo, pertanto se ne dispose la graduale chiusura.  
L’innegabile progresso rappresentato dall’elettricità non segnò la fine della telegrafia visuale, piuttosto le restituì la sua originaria funzione di sentinella dei litorali.
I semafori seguitarono ad essere una rete militare rivolta principalmente al mare, ed un sistema telegrafico alternativo, utilissimo per la comunicazione con la Sicilia e le isole minori.
Difatti, sino alla distesa dei cavi sottomarini e comunque nei casi di avaria degli stessi, le postazioni visuali rappresentarono l’unico modo per conservare le comunicazioni con la parte insulare del regno. Una funzione supplente, spesso svolta anche in occasione di calamità naturali o di emergenze sanitarie quando, ovviando alle interruzioni della linea telegrafia elettrica, il servizio semaforico salvaguardò il flusso informativo tra le autorità locali e quelle centrali permettendo l’organizzazione dei soccorsi ed il mantenimento dell’ordine pubblico.
Nell’estate del 1857, nel pieno dell’entusiastica affermazione del telegrafo elettrico, un’insufficienza della rete semaforica minacciò la sicurezza interna del regno, riportando l’attenzione sul ruolo strategico della telegrafia visuale.
I fatti ebbero principio “il giorno 27 del calante mese [giugno] verso le ore 4 p.m.” quando “un piroscafo ad elica con bandiera Piemontese a poppa e piccola bandiera rossa a prua, sotto pretesto di avarie, dava fondo nel porto di Ponza [3] …”.  
Stando a quanto dichiarò l’equipaggio [4], il piroscafo “Cagliari”, di proprietà dell’armatore genovese Raffaele Rubattino, ufficialmente diretto a Tunisi “fu costretto” a far scalo presso l’isola di Ponza, per la proditoria iniziativa di alcuni passeggeri rivelatisi un gruppo armato d’ispirazione mazziniana (stessa solfa recitata dal Rubattino in occasione del "sequestro" del "Lombardo" e del "Piemonte" da parte dei "mille". N.d.R.).
Il manipolo dei “dirottatori”, composto da venticinque individui corsi e romagnoli, fu organizzato e comandato da tre sudditi napoletani: Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera e Giovanni Battista Falcone.
Lo sbarco sull’isola di Ponza, malgrado rappresentasse un ripiego rispetto i disegni originali, consentì al gruppo di mettere a segno almeno una parte del piano da tempo predisposto: disarmare la forza pubblica, sabotare il telegrafo visuale, danneggiare la regia scorridora [5] ed infine,  raccogliere adepti tra i circa duemila relegati presenti sull’isola, in gran parte delinquenti comuni o militari in punizione.
Scemati i tumulti che quella notte sconvolsero Ponza e costarono la vita del secondo tenente Cesare Balsamo [6], solo trecentoventitre “servi di pena” si associarono alla spedizione, meno della metà della popolazione carceraria presente sull’isola, gli altri “preferirono” restare e dedicarsi al saccheggio dell’abitato.
Alla mezzanotte il Cagliari riprese il largo dirigendosi verso Sapri ove contando sul favoleggiato favore di quelle genti e sulla millantata “prontezza” dei liberali locali, il gruppo avrebbe tentato di suscitare la “rivoluzione”.
Ma se il colpo di mano messo in atto a Ponza ebbe successo, la restante parte dell’impresa fallì malamente subendo l’onta del mancato apporto dei rivoluzionari cilentani e dell’aperta avversione della popolazione locale [7].
Dalla prima valutazione compita dagli inquirenti sui fatti di Ponza e suffragata dalle posteriori evidenze processuali [8], apparve evidente  la possibilità colta dal gruppo di Pisacane di poter attraversare inosservato il tratto di mare tra  le isole di Ventotene, Santo Stefano ed Ischia, traendo profitto dalla cecità di quel settore non “protetto” dal servizio  di scoperta semaforica.  
Una volta danneggiato o aggirato il semaforo dell’isola di Ponza, posto in comunicazione visuale con Gaeta, non vi fu alcuna postazione ottica “avanzata” che avrebbe potuto intercettare l’eventuale minaccia diretta verso Napoli o più in generale verso le coste del regno.
Il riscontro a tale ipotesi venne fornito dal cifrario per la corrispondenza segreta rinvenuto tra gli effetti personali di Pisacane [9]. La decodifica delle lettere sequestrate confermò nell’assenza di sorveglianza costiera, uno dei punti cardine dei piani di sbarco.  
Il 6 luglio 1857 Ferdinando II dispose lo stanziamento di duemila Ducati, per compensare i ponzesi danneggiati dai tumulti e perfezionare la linea semaforica con il piazzamento di una macchina ottica in corrispondenza dell’allineamento visuale Montecirceo, Ventotene ed Ischia.
Il successivo 25 ottobre 1857 le postazioni furono attive, completando la rete di sorveglianza costiera da Gaeta sino al canale di Procida [10].
Con l’avvento del telegrafo elettro-magnetico, il Corpo Telegrafico mantenne inalterata la propria competenza sulle comunicazioni, estendendola ad entrambi i rami della telegrafia (visuale ed elettrica).
Come già accaduto per i semafori ai tempi di Giuseppe Bonaparte,  la formazione dei futuri ufficiali di mare fu integrata istituendo presso l’Accademia di Marina un gabinetto per le esercitazioni di telegrafia elettrica [11].  
Sul piano operativo, il governo adottò alcuni provvedimenti che riformarono l’assetto organizzativo ed istituzionale del Corpo Telegrafico anche e soprattutto, in relazione all’apertura al pubblico del servizio elettrico ed alla creazione di una amministrazione civile dei telegrafi che affiancò quella militare.
La pluralità dei soggetti istituzionali coinvolti nella gestione della telegrafia elettrica (Marina, Esercito, Ministro delle Finanze, Ministero degli Interni) favorì il manifestarsi di richieste, anche contraddittorie, per interventi normativi ed organizzativi.
Un tentativo di riordino, improntato ad ottenere un coordinamento unico delle varie “anime” del servizio, fu introdotto nel giugno 1859 con il  Decreto n. 81.
Il provvedimento incluse, nel novero delle disposizioni per l’abolizione dell’Ispezione per i Rami Alieni, il trasferimento dei telegrafi alle dipendenze di una Delegazione Speciale in via di costituzione.  Per evitare un vuoto nella direzione del servizio, Francesco II integrò le disposizioni con il Decreto n. 83 del 29 giugno nominando il retro-ammiraglio D. Antonio Bracco Delegato Speciale per il Corpo telegrafico. Compito dell’ammiraglio Bracco fu di aggregare il servizio visuale ed elettrico e di prepararne un regolamento unico, tanto per la parte disciplinare, quanto per l’amministrativa.
Nell’attesa che il governo definisse a quale Ministero avrebbe dovuto conferire l’esclusiva competenza sulle comunicazioni, l’interlocuzione con tutte le Amministrazioni, e la governance di tutti processi organizzativi e produttivi della telegrafia, fu affidata ad un’unica figura: il Delegato Speciale.
Il personale amministrativo, già dipendenze delle Finanze passò in forza alla Delegazione Speciale consentendo una direzione organica di tutti gli aspetti connessi all’esercizio telegrafico.   
Una nuova definizione dei ruoli del personale, costituì la premessa per riorganizzare il servizio e renderlo più rispondente alle reali esigenze operative.
Il primo provvedimento orientato in tal senso fu il Decreto 444 dell’11 novembre 1859 con il quale si ampliò il numero dei segnalatori portando a trecento quelli di seconda classe, a quattrocento quelli di terza classe, ma riducendo i “meritori” a sessanta unità per ciascuna classe.
Il successivo Decreto n. 783 del 19 aprile 1860 pose mano ad una semplificazione gerarchica del Corpo telegrafico accorpando in due sole classi gli Ufficiali al Dettaglio Dipartimentali.
Il riverbero degli eventi collegati alla spedizione garibaldina del 1860, inevitabilmente toccò un settore strategico come quello delle comunicazioni telegrafiche, interrompendo il processo di riorganizzazione del servizio.
Il contrasto politico consumatosi nel governo costituzionale di Francesco II si risolse in favore del ministro degli interni Liborio Romano il quale, tra l’altro, ottenne che la Delegazione Speciale dei telegrafi visuali ed elettrici passasse alle dipendenze del suo dicastero e che il Delegato Speciale non rispondesse più al sovrano ma solo ed elusivamente al ministro degli interni (Decreto n. 93 dell’8 agosto 1860). Cinque giorni dopo, il 13 agosto, il Decreto n. 107 nominò il Retro-Ammiraglio Girolamo de Gregorio, Delegato Speciale per i telegrafi in sostituzione di D. Antonio Bracco dimessosi dall’incarico senza aderire all’unità d’Italia.
Questo fu l’atto ufficiale con cui si chiuse la storia della comunicazione a distanza nelle Due Sicilie.
Con l’unità d’Italia i telegrafi passarono alle dipendenze del ministero di agricoltura, industria, commercio e lavori pubblici, le ultime annotazioni sulla telegrafia napoletana si rinvengono in due documenti legati alla difesa di Gaeta (1860-1861): una memoria di Giuseppe Quandel [12], maggiore del Genio napoletano, ed uno schema di un provvedimento legislativo, custodito presso l’Archivio di Stato di Napoli nel fascio 1337 dell’Archivio Borbone.
Nel primo documento il maggiore Quandel, narrando le vicende dell’assedio della piazzaforte di Gaeta, riferisce del telegrafo elettrico e visuale di Monte Orlando, ubicato all’interno del mausoleo di Lucio Munazio Planco.
Questa postazione, in linea visuale con le stazioni di Terracina, Ponza e Mondragone fu soggetta al tiro continuo delle artiglierie piemontesi, preoccupate di tagliare le comunicazioni con il territorio pontificio. Il Genio militare napoletano fu incaricato di smontare la macchina semaforica dalla cima del mausoleo, per ricollocarla in posizione defilata dal tiro nemico.
Il lavoro, condotto solo di notte per evitare il fuoco piemontese, fu completato il giorno del Natale 1860 con la costruzione di un casotto blindato in cui riparare operatori e macchine.
Il telegrafo elettrico di Monte Orlando, attraverso altre stazioni, fu in costante comunicazione con la fortezza di Gaeta [13] rivelando, alla città ed alle batterie, i progressi dei lavori condotti dall’esercito piemontese in quei mesi di duro assedio.
L’altra testimonianza, datata Gaeta dicembre 1860, è tratta dall’Archivio Borbone e riporta la bozza di un Decreto per la ricostituzione della Real Marina.
Il documento, pur nella sua prosa burocratica, testimonia la speranza nutrita dal governo napoletano di capovolgere le sorti del conflitto, fu infatti redatto posteriormente ai plebisciti d’annessione, in pieno assedio della piazzaforte.
All’articolo 21, capoverso 24, si legge: “… Corpo del Telegrafo Visuale Elettrico – Il Comandante del Corpo sarà D. Raffaele Traversa. L’uffiziale di Dettaglio di Napoli sarà D. Agostino di Palma. Idem in Palermo D. Mariano Cacace. I suddetti dovranno prescegliere a loro responsabilità tutti gli altri impiegati per Napoli e Sicilia, perché prontamente fosse attivato il servizio di corrispondenza. …”
Con l’unificazione italiana il regio decreto n. 332 del 14 novembre 1861 soppresse il servizio telegrafico ottico nelle province Napoletane e Siciliane. Le rete visuale fu dismessa, ad eccezione di sei postazioni utilizzate per comunicare con le isole prive di  telegrafo elettrico.
Nel 1866, l’urgenza della nuova guerra contro l’Austria, costrinse il governo a riattivare “provvisoriamente” trentaquattro stazioni [14] dell’antica rete napoletana, ed a richiamare in servizio alcuni segnalatori dell’ex Corpo telegrafico delle Due Sicilie.
La guerra rese evidente l’estrema utilità del servizio di vigilanza marittima offerto dalla rete semaforica.
Al termine delle ostilità il governo italiano ripensò la propria frettolosa scelta operata più per un preconcetto verso l’infrastruttura napoletana che per una scelta meditata.
Il 4 aprile 1869 con decreto n. 4990, il regno d’Italia adottò il nuovo codice universale di segnalazione marittima specificando nella premessa del provvedimento che esso fu recepito anche per consentire “che i bastimenti tutti possano dal mare corrispondere per mezzo dei posti semaforici sul litorale italiano con tutti gli Uffici Telegrafici …”.
Sul finire dell’Ottocento, con l’affermarsi della telegrafia senza fili, le comunicazioni visuali volsero ad un lento progressivo declino.
La preziosa e discreta attività dei semafori costieri, sebbene ridimensionata, proseguì sino alla fine del secondo conflitto mondiale quando, contrariamente a quanto avvenne nella vicina Francia, i posti semaforici furono abbandonati al degrado senza alcun progetto d'attualizzazione, se non la cessione a privati per fini di mera cassa erariale.
La nebbia, uno dei fenomeni naturali che limitava il funzionamento della rete semaforica
La nebbia, uno dei fenomeni naturali che limitava il buon funzionamento della rete semaforica costiera.
Filippo Cassola
Filippo Cassola, professore di Chimica presso l'Accademia Militare della Nunziatella. Perfezionò una lampada ad alto potere illuminante, detta il "Sole di Cassola", sperimentata per la trasmissione notturna del telegrafo visuale.
Telegramma della telegrafia visuale diretto al sindaco di Santa Croce nel Contado del Molise.
tenente Cesare Balsamo
Il giovane secondo tenente Cesare Balsamo, assassinato sull'isola di Ponza la notte del  27 giugno 1857 per mano di uno dei componenti della banda "Pisacane".
Circuito visuale delle isole Ponziane realizzato dopo la spedizione "Pisacane" a protezione dei Golfi di Gaeta e Napoli. La cartina riporta in nero la linea di corrispondenza ottica tra i semafori, in rosso le linee elettro telegrfiche, i cerchietti rossi indicano le stazioni elettro telegrafiche di interconnessione con il circuito visuale. (rielaborazione grafica tratta da Giacomo Arena, Carta telegrafica delle Due Sicilie, 1860).
Londra 1843: I primi manifesti che pubblicizzano il telegrafo elettrico gestito da Thomas Home, licenziatario dei brevetti di Cooke & Wheatstone. Sviluppato tra gli anni trenta e quaranta dell'Ottocento, il telegrafo elettrico nei successivi vent'anni divenne una rete globale, un "Internet vittoriano" pioniere, non solo dei progressi nella tecnologia, ma anche dei profondi cambiamenti nella società. Nelle Due Sicilie la costruzione della rete telegrafica iniziò nell'ottobre 1852  e progredì rapidamente sviluppando in otto anni (1861) 2.874 Km di linee nella parte continentale del regno e 1.100 Km per la Sicilia.
Capua: il ripetitore semaforico posto sulla sommità del campanile della cattedrale dei SS. Stefano ed Agata.
Capua: il ripetitore semaforico posto sulla sommità del campanile della cattedrale dei SS. Stefano ed Agata.
retro-ammiraglio D. Antonio Bracco Delegato Speciale per il Corpo telegrafico
Retro-ammiraglio Don Antonio Bracco, nominato dal re Francesco II "Delegato Speciale per il Corpo telegrafico" nel giugno del 1859.

[1] Filippo Cassola (Ferrandina 1792 – Napoli 1869) figlio di un giudice regio intraprese gli studi scientifici a Napoli dove poi fu assunto al Regio Stabilimento degli Incurabili. Condusse studi di chimica organica ed analitica, fu professore all’Accademia militare della Nunziatella.
[2] Filippo Cassola un chimico ferrandinese alla corte dello Zar di Felice Lafranceschina - Basilicata Regione Notizie, pag 176 - anno 2009 n. 121/122. Nel 1838, lo zar di Russia Nicola I, lo chiamò a illuminare la capitale dell'Impero. Il Cassola incominciò l'esperimento nell'Imperiale Teatro di Pietroburgo e precisamente la sera in cui si rappresentava l'opera in musica di Gioacchino Rossini : "Il Mosè". Nel momento infatti in cui il grande Profeta implora dal cielo la cessazione delle tenebre, comparve la portentosa luce, che sbalordì gli spettatori, i quali l'appellarono "Sole di Cassola".
[3] Pag. 34 Annali Civili fascicolo CXIX, Napoli Maggio – Giugno 1857.
[4] Dall’esito delle successive indagini, gravi argomenti  suffragarono i sospetti  di una complicità della società Rubattino nell’organizzazione della spedizione e di una attiva “collaborazione” dell’equipaggio del Cagliari nel corso di tutta l’impresa. La stessa Rubattino risultò coinvolta in un traffico d’armi tra Genova e le coste del regno delle due Sicilie. Cfr. pag. 214 e seguenti de “I misteri d'Italia o gli ultimi suoi sedici anni (1849 - 1864)” di A. Ferrari – Premiata tipografia di Gio. Cecchini Edit., Venezia 1866.
[5] Imbarcazione armata, leggera e veloce, usata per il servizio di finanza e polizia lungo le coste.
[6] Nell'assalto alla Gran Guardia dell'isola di Ponza un membro della banda Pisacane, tal Cesare Carrè ("estero" come definito dalle carte processuali), fece fuoco con il suo fucile contro il secondo tenente Cesare Balsamo che tentava, aarmato della sola spada d'ordinanza, d'oppostosi al danneggiamento della regia scorridora e al saccheggio della Gran Guardia. Il tenente Balsamo, trasportato da alcuni suoi commilitoni presso l'ospedale dei reclusi dell'isola, morì dopo circa mezz'ora per il proiettile ricevuto in pieno petto. Nell'incursione il gruppo di Pisacane ferì otto militari, tra cui l'aiutante Ranza.
[7] Il fallimento della spedizione Pisacane fu l'oggetto d' una operazione di revisione storica, propaganda e manipolazione dei fatti operato negli anni trenta del Novecento dal regime fascista. Il mediocre poemetto scritto da Luigi Mercantini nel 1858 ebbe la massima risonanza allorchè, il 18 novembre  1934, il regime si appropriò dello sbarco di Sapri per scopi di propaganda di regime e di unificazione nazionale, decidendo di posare un monumento "alla spigolatrice" del Mercantini nella Villa Comunale di Sapri. La statua fu accompagnata da una epigrafe marmorea che millantò il pensiero di Pisacane quale precursore degli ideali nazionali del fascismo! Pisacane? L'internazionalista? l'Anarchico trasformato nel precursore del fascismo e d'una istanza nazionalista e savojarda? Chiaramente una balla storica e politica che ancor'oggi fa presa sugli italioti e purtroppo, anche sulla parte meno accorta del popolo cilentano che s'accapiglia per una seconda brutta statua dedicata alla spigolatrice. Ma tornando alla poesia di Mercantini, un recentre e divertente libro di  Alberto Piancastelli "Pignolerie", edito da "Quodlibet", mette in risalto le assolute inesattezze contenute nella poesia di Mercantini.  Un mix di "libertà" poetiche che vanno dal numero dei partecipanti,erano 348 e non 300, al numero dei morti, non perirono tutti negli scontri, più della metà di loro fu arrestata e successivamente graziata da Ferdinando II, ed infine l'età, sappiamo bene che "gli eroi son tutti giovani e belli!" ma la realtà è altra cosa, lo stesso Pisacane aveva quasi 40 anni, un uomo più che maturo per l'epoca. In conclusione vale la pena ricordare che la maggior parte di quei 348, fatta eccezione per i 25 appartenenti alla banda Pisacane, i restanti 323 erano delinquenti comuni evasi dal carcere di Ponza, davvero un bel campionario patriottico, i veri padri di questa nazione!.
[8] “Atto di accusa proposta dal procuratore generale del re presso la Gran corte criminale di Principato Citeriore contro Giovanni Nicotera ed altri molti detenuti, imputati degli avvenimenti politici verificatisi in Ponza, Sapri, ed altri paesi del distretto di Sala, e decisione emessa dalla G.C. su di essa”, Stabilimento tipografico librario di Raffaello Migliaccio, Salerno 1857.
[9] Archivio Stato Salerno, Processi politici, B. 224, Documenti, vol. VI, cc. 14-5
[10] Come si evince dalla carta telegrafica del Regno delle Due Sicilie (realizzata nel 1860 da Giacomo Arena, tecnico telegrafico), l'ultimazione della linea ottica dell'arcipelago ponzese consentì la copertura completa del golfo: dalla postazione di Monte Greco, in collegamento ottico con i posti visuali/elettro-telegrafici di Terracina e Gaeta, la linea semaforica fu in contatto con le due postazioni di Ponza, con quella di Ventotene che a sua volta era in contatto con Ischia da dove si diramava la linea visuale ed elettro telegrafica sottomarina per Procida, Pozzuoli e Napoli. Sino all'unità d'Italia il collegamento sottomarino delle linea elettro-telegrafica con l'arcipelogo ponzese non fu realizzato. Solo nel 1889 la Pirelli, con la nave posacavi "Città di Milano", ultimò il collegamento sottomarino tra il Monte Circeo e le isole di Ponza e Ventotene-Santo Stefano.
[11] Pagina XXVII Annali Civili Volume XLVI, settembre – dicembre 1852, Napoli.
[12] “Lavori del Genio Napoletano nelle posizioni occupate dall’esercito dietro il Garigliano fino al termine dell’assedio di Gaeta” di Giuseppe Quandel , Tipografia Gaetano Cardamone, strada Latilla n. 6 Napoli, 1862 – pagg. 47, 163, 253.
[13] La stazione del telegrafo elettrico della fortezza di Gaeta, fu ubicata in un locale posto nel passaggio scoperto della gola delle casematte, sul lato dritto del trinceramento di Philippstadt.
[14] Delle 34 stazioni riattivate, 22 furono postazioni “ripetitrici” e 12 di scoperta collegate alla rete del  telegrafo elettrico. L’ing. Pellegrino, già ispettore dei telegrafi elettrici napoletani, fu incaricato di coordinare l’attivazione dei semafori ed il loro collegamento al telegrafo.
Postazione Telegrafica, elettrica e visuale, di Monte Orlando ubicata all’interno del sepolcro di Lucio Munazio Planco. Nell'immagine è visibile parte della macchina semaforica posta sulla cima del mausoleo. Incisione di Luigi Rossini (1790 - 1857).
separatore
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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