Il decennio siciliano - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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4 dicembre 1805: Incontro tra Napoleone I e Francesco II d'Austria dopo la battaglia di Austerlitz. Antoine-Jean Gros, Château de Versailles.
I generali Reynier e Damas
Battaglia di Campotenese (CS): il generale Jean Louis Ebénézer Reynier, comandante del corpo napoleonico d'invasione ed il generale Joseph Élisabeth Roger de Damas D'Antigny, comandante delle forze napoletane.
Telegrafo mobile radiante del rev. Gamble utilizzato dagli inglesi in Sicilia tra il 1806 ed il 1815.
Colonnello d'artiglieria William Robinson (1772 - 1836)
Struttura di una Torre Martello e la "Torre Mazzone" realizzata dagli inglesi nei pressi di Messina.
Veduta del forte del Carmine. Tratta da “Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze” disegno di Achille Vianelli 1845. Sul torrione del forte in evidenza l'antenna per le segnalazioni a bandiera in posizione di riposo.
An Hieroglyphic, Describing the State of Great Britain and the Continent of Europe, for 1804”. La stampa satirica esprime la visione inglese della tirannia napoleonica, aggressivamente protesa a minacciare l'Inghilterra dopo aver devastato, depredato e sottomesso buona parte dell'Europa. Con l'incoronazione imperiale del 1804, la figura politica di Napoleone s'incrinò agli occhi di larga parte dell'intellettualità europea. Bonaparte non fu più visto come il campione assoluto dei popoli che anelavano alla libertà ma, bensì, come il traditore degli ideali della rivoluzione francese. A tal proposito fu paradigmatica la reazione di Ludwig van Beethoven il quale, appresa la notizia dell'incoronazione, decise di non dedicargli più la Terza sinfonia “Eroica” (1804). Frontespizio di Lewis Mayer, A Hint to England; or a Prophetic Mirror; Cointaining an Explanation of Prophecy that Relates to the French Nation, and the Threatened Invasion, 1803, British Museum.
Francois Therese Gondallier de Tugny
Francois Therese Gondallier de Tugny generale di divisione de l'Armé de Naples, comandante dell'ordine delle Deux-Siciles, Ministro della Marina di Joachim Murat.
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Segnalare in Mare | Il decennio siciliano (1806-1815)


La dinastia di Napoli ha cessato di regnare, la sua esistenza è incompatibile con la pace in Europa e con l’onore della mia corona..." con queste parole, riportate dal Bollettino di guerra del 27 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte annunziò all’intera Europa il suo proposito di chiudere definitivamente i conti con Ferdinando IV, Re di Napoli e Sicilia, reo d'essersi associato alla III° coalizione antifrancese.
In appena ventiquattrore il generale André Masséna ricevette l’ordine di congiungere le proprie truppe a quelle del generale Gouvuion Saint-Cyr e di procedere all’invasione del regno di Napoli.
Nonostante la guerra fosse alle porte, ed evidente la scarsa possibilità dell’esercito borbonico di respingere il corpo di spedizione francese, nel gennaio del 1806 i 19.000 rinforzi russi ed inglesi, sbarcati a Napoli il 20 novembre 1805, appena giunta la notizia della sconfitta di Austerlitz (2 dicembre 1805) s'affrettarono a ritirarsi attestandosi nelle isole Jonie ed in Sicilia.
La battaglia di Campotenese (provincia di Cosenza), combattuta il 9 marzo 1806, segnò la sconfitta dell'esercito napoletano nel confronto con le truppe del generale Reynier, il cui II Corpo d'invasione includeva due battaglioni della Legione polacca, un battaglione di fanteria svizzera e truppe del regno d'Italia e del regno di Etruria. L'unidici marzo Giuseppe Bonaparte fu incoronato sovrano del Regno di Napoli.
Privato dell’apporto militare degli alleati, per la seconda volta nel breve volgere di sei anni, Ferdinando IV fu costretto a ripiegare su Palermo [1] un destino che accumunò i sovrani di tutta la penisola, gli stessi Savoia, sotto la pressione dell'invasione napolenica del 1806, ripararono in Sardegna .
In Sicilia le armi napoletane dovettero prepararsi ad una lunga guerra, impegnate nella doppia sfida di mantenere il controllo dell’Isola e tentare la riconquista dei domini aldilà del Faro. Sul continente ebbe inizio e proseguì per diversi anni una guerriglia senza quartiere contro l'invasore francese condotta dai contadini calabresi in armi.  
Uno sforzo bellico straordinario per la corona napoletana, non confrontabile con l’impresa Sanfedista del 1799, ma sufficientemente credibile per l’appoggio militare e finanziario della Gran Bretagna, invero più interessata ad acquisire la Sicilia tra i propri “dominion” d’oltremare che a salvaguardare la corona di “Sua Maestà Siciliana”.
La presenza delle forze britanniche e delle formazioni ad esse aggregate si concentrò, per la gran parte, sulla costa orientale siciliana, la più esposta ad un possibile tentativo di sbarco francese e di notevole rilevanza strategica per il controllo dello Stretto e del Mediterraneo centrale. Come accadde nel 1798, epoca della prima occupazione francese del regno, il tema delle comunicazioni a distanza ritornò di stringente attualità. Come allora si presentò la necessità d’aggiornare la rete di telegrafia visuale armonizzandone cifrari e metodologie a quelli dell’alleato inglese.
Negli ultimi decenni del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento, il perfezionamento dei sistemi di telegrafia ottica mutò radicalmente la tradizionale configurazione delle segnalazioni militari.
La guerra, più di ogni altra circostanza, offrì alle potenze in gioco la drammatica opportunità di sperimentare macchine, codici cifrati, tattiche e sistemi di segnalazione sempre più efficienti.
Anche in Sicilia le esigenze belliche comportarono profonde modifiche organizzative delle comunicazioni militari e l’introduzione di nuovi metodi di segnalazione. Nel 1806 fece la sua comparsa sull’Isola uno dei tanti prototipi sperimentati dagli inglesi in quegli anni: il “telegrafo radiante“.
Ideato nel 1795 dal reverendo Gamble, il medesimo "inventore"  dell'apparato a “cinque persiane”, il telegrafo radiante non fu di certo elegante come quello di Chappe ma ebbe il pregio della solidità, tanto da essere montato su carri ed adattato a sistema mobile di comunicazione.
Il principio di funzionamento fu simile a quello utilizzato da tutti i telegrafi ottici a braccia o ”rami”: un albero, sulla cui sommità fu posto un dispositivo di segnalazione composto da quattro braccia rotanti attorno ad un perno ed un braccio centrale fisso.
I quattro “rami”, mossi da un sistema di funi e carrucole, ruotando attorno il proprio asse assumevano diversi angoli d’inclinazione descrivendo altrettante figure a “raggiera” alle quali fu assegnata una corrispondenza alfabetica e numerica.
Il telegrafo radiante ebbe il suo primo impiego fuori dall'Inghilterra sull’isola di Minorca, introdotto nel 1800 dal generale Henry Edward Fox.
Il generale John Stuart  [2] sperimentò proprio a Minorca la macchina di Gamble e sei anni dopo, appunto nel 1806,  volle adottarla in Sicilia [3] quale sistema mobile di comunicazione.
Tra il 1806 ed il 1808, il "sostegno" offerto dai britannici alla monarchia napoletana conferì loro un crescente ruolo politico – militare. Secondo i trattati di Alleanza e Sussidi stipulati il 30 marzo  1808 ed il 12 maggio 1809, le città di Siracusa, Augusta e Messina passarono sotto il diretto comando inglese. La flottiglia di stanza a Messina e l’Arsenale di quel porto furono posti agli ordini del comandante inglese William Robinson [4], ottimo ufficiale d’artiglieria, dal 1830 al servizio della corona napoletana come direttore del Laboratorio Pirotecnico Sperimentale di Torre Annunziata.   
La difesa costiera della Sicilia fu potenziata, con particolare attenzione al nodo messinese, ove gli inglesi realizzarono sette torri a “martello”, postazioni fortificate di nuova concezione capaci di sopportare l’attacco delle moderne artiglierie navali.
il 30 ottobre 1807 furono distribuite a stampa le prime istruzioni per le torri di segnalazione, nel 1808 le unità della Real Marina operanti sotto il comando inglese della Sicilia orientale, ebbero in dotazione il prontuario: “Segnali, istruzioni ed evoluzioni per la flottiglia delle cannoniere, obbuziere e bombardiere di S.M. il re delle Due Sicilie,” seguito nel 1812 dai “Segnali per uso della flottiglia Reale[5], entrambi pubblicati dalla “Stamperia Brittannica” di Messina con l’intento di sviluppare un comune sistema di comunicazione militare marittimo. Per ordine di Ferdinando IV il primo novembre 1809 una “commissione dei Telegrafi”, cui partecipò in rappresentanza della Real Marina il Capitano di Fregata Emanuele Lettieri, censì i punti cospicui della costa siciliana ritenuti idonei per collocarvi postazioni telegrafiche per segnalazioni a mezzo di bandiere, razzi,  ed “altri strumenti ottico - acustici”. Il lavoro della commissione portò ad una riqualificazione della vetusta catena ottica delle torri di “avviso”, già interessata tra il 1798 ed il 1799 ad un primo parziale intervento d’adeguamento e tra il 1804 ed il 1805 inserita nel piano di riattamento ed armamento delle postazioni costiere elaborato dal genio e dall’artiglieria.
Per l’apprestamento dei posti telegrafici furono installati i tradizionali alberi per segnalazioni, semplici macchine composte da un traliccio su cui s’imperniava una lunga antenna abbattibile detta picco.
Un sistema di funi, per l’alzo e l’ammaino dell’antenna, orientava il picco in due posizioni: una orizzontale di riposo, e l’altra perpendicolare di lavoro.
Nessuna novità dunque sul piano della tecnologia applicata, ma cifrari e schemi di segnalazione, abbandonarono i tradizionali sistemi unidirezionali, per orientarsi verso più progrediti sistemi di derivazione marittima. Un cambiamento che determinò la necessità d’assegnare alle comunicazioni personale specializzato della Real Marina. All’indomani dei combattimenti che segnarono il tentativo di Murat di sbarcare in Sicilia (1810), la Marina borbonica fu riorganizzata [6] trasferendo ad essa l’esclusiva competenza sul servizio telegrafico, sino ad allora assolto da personale dell’esercito.
A ciascun posto di segnalazione fu assegnato [7]:
-        un Capo Telegrafico,
-        un 2° Telegrafico,
-        un Inserviente, reclutato tra gli invalidi.
Ad agosto del 1810 furono in servizio cinquantasei "individui telegrafici" nelle postazioni dislocate tra Messina e la stazione del Palazzo Reale di Palermo.
Dall’altro versante del Faro il governo di Giuseppe Bonaparte si conformò alle direttive di Parigi avviando, sin dal 1807, un programma di difesa e controllo dei litorali incentrato sul rafforzamento batterie costiere e sulla installazione dei nuovi telegrafi ottici, già sperimentati con successo lungo le coste dell’Impero. Napoli assunse, dopo la sconfitta di Trafalgar, un'importanza strategica per Napoleone orientato  ad utilizzare le Due Sicilie quale piattaforma per la conquista del Medio Oriente e del Nord Africa. Un piano mai realizzato ma il regno, comunque, costituì per le ambizioni imperiali napoleoniche l'ennesimo territorio da cui attingere uomini da mandare al macello in tutta Europa, denaro, merci, e approvvigionamenti per l'impegno bellico.
Anche la Marina franco-napoletana rientrò in questo programma di sudditanza coloniale adeguandosi, anche nell'organizzazione, ai modelli francesi.
Nel 1807 furono aggiornati sistemi di comunicazione della marina da guerra franco-napoletana pubblicandoSegnali di giorno e di notte, all’ancora ed alla vela, per uso delle flottiglie di S.M.” e nel 1814, per volontà del Ministro della Marina di Joachim Murat, il generale di divisione Nicolas François Thérèse Gondallier de Tugny,  fu dato alle stampe Segnali, istruzioni, ed evoluzioni per la squadra di S.M. il Re delle Due Sicilie per crociere particolari, e parte de Convoj”.
È fuor di dubbio che nella Napoli francesizzata, così come nella Palermo anglo-borbonica, i diversi modelli d’organizzazione delle segnalazioni telegrafiche, malgrado rappresentassero una delle forme di controllo politico - militare imposto dagli occupanti ed alleati (la Francia per i primi, l'Inghilterra per i secondi), offrirono elementi di conoscenza tecnica e strumenti di comunicazione innovativi. La Restaurazione amalgamò le competenze e le tecnologie acquisite nelle due parti del regno nel corso del decennio di contrapposizione militare.
La Marina borbonica, avvalendosi di queste conoscenze, nel dopoguerra conseguì un’organizzazione delle proprie comunicazioni costiere e marittime equiparabile, per efficienza e capillarità, alla rete telegrafica britannica istituita tra il 1816 ed il 1838.

[1] Il 23 gennaio 1806, a bordo del vascello Archimede, Ferdinando IV lasciò Napoli alla volta di Palermo.
[2]  Il gen. John Stuart, conte di Maida, fu elevato alla dignità di conte da Ferdinando IV dopo la vittoria riportata sulle truppe francesi nella battaglia di Maida (CZ) combattuta il 4 luglio 1806.
[3] pag. 20 Description of the Universal Telegraph for day and night signals”  C.W.Pasley – T. Egerton Military Library , Withehall London 1823
[4] “… William Robinson nacque a Londra nel 1772 e intraprese la carriera militare nell’artiglieria della Real Marina britannica. Già nel 1807 lo troviamo in Sicilia, ed ancora nel 1810 quale comandante della flottiglia anglo-sicula a Messina. In questa stessa città fu incaricato della direzione dell’Arsenale dal 1811 al 1813 e dell’addestramento dell’artiglieria siciliana. Un rapporto accluso al suo stato di servizio lo descrive come “un ufficiale attivissimo, intelligente, coraggioso, adorato dai siciliani… L’Arsenale di Messina, sotto la direzione del Capitano Robinson dell’Artiglieria di Marina, è stato da lui organizzato in un solo anno e portato alla perfezione”. Nell’agosto del 1815 partecipò all’assedio di Gaeta, ancora tenuta e difesa dai francesi, e dopo la conquista ebbe da Ferdinando I grande riconoscenza ed onori. Nello stesso anno fu protagonista, assieme al generale Vito Nunziante, degli eventi che portarono alla fucilazione di Gioacchino Murat dopo il temerario sfortunato sbarco di quest’ultimo a Pizzo Calabro, effettuato l’8 ottobre nel tentativo di riconquistare il Regno. Nel 1826, per motivi sconosciuti, viene sottoposto a giudizio dalla Marina inglese, dove aveva raggiunto il grado di colonnello comandante quattro compagnie di Royal Marine Artillery, e ne venne espulso. Ma l’ufficiale sapeva di avere una seconda patria a Napoli e protezioni altolocate, e nel 1830 vi si reca mettendosi al servizio del Borbone. Il 31 gennaio dell’anno successivo presta giuramento di fedeltà a Ferdinando II ed inizia la sua seconda – ma breve – vita da napoletano, ufficialmente al servizio della Real Marina col grado di capitano di vascello. Grande esperto di artiglieria, balistica e ingegneria meccanica., il 16 ottobre 1831 Robinson viene quindi mandato a dirigere il “Laboratorio Pirotecnico Sperimentale di Torre Annunziata”, espressamente creato nell’ambito delle fabbriche militari della città. Tra le finalità di questi stabilimenti militari era da annoverare la sperimentazione degli esplosivi, e quando la notorietà acquisita anche nel Regno di Napoli dalle polveri da guerra prodotte in Inghilterra suggerì l’idea di tentarne la confezione, la scelta cadde su Torre Annunziata e sul col. Robinson.  Oltre a condurre tale sperimentazione con successo, troviamo, in breve prosieguo di tempo, l’attivissimo ufficiale impegnato a costruire la prima caldaia a vapore ad alta pressione, applicata al prosciugamento delle polveri, a progettare un “battello a cucchiaia” mosso da macchina  a vapore, ad occuparsi per volere del re della costruzione delle armi bianche nella Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata, a scavare per conto del generale Nunziante un pozzo nella zona delle terme (incidentalmente scoprendo le terme dell’antica Oplonti che sorgevano nello stesso sito); a sperimentare la pavimentazione alla MacAdam della strada di Miano, ad effettuare saggi sulle miniere di carbone di Giffoni, a scrivere di un nuovo processo per la depurazione dello zolfo, ad esperimentare palle incendiarie… Ma la morte era in agguato, e sopraggiunse col colera il 25 novembre 1836 a Torre Annunziata.” da Il Polverificio borbonico di Scafati di Angelo Pesce,  Scafati 1996.
[5] Flottiglia dei Lancioni di Messina armati con personale dei Volontari di Marina.
[6] Real Dispaccio del 31 gennaio 1810: Piano di riforma della Real Marina.
[7] Pag.919 de "Le Due Sicilie nelle guerre napoleoniche (1800-1815)"  Tomo II, Virgilio Ilari, Piero Crociani, Giancarlo Boeri,  Ufficio Storico dell’Esercito, Roma 2008.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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