Il Marinaio di Nisida - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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Miscellanea | Il Marinaio di Nisida
Storia di un marinaio, d'un ufficiale telegrafico e di un salvataggio in mare nella Napoli di Ferdinando II

La solitudine è la condizione che, più d’ogni altra, ha legato il marinaio alla natura. Un vincolo che ha intessuto riti, racconti, superstizioni e devozioni, plasmato il carattere della gente di mare, ne hanno indurito la pelle, più del sole e del sale.
Una dipendenza primordiale che ha posto l’uomo al cospetto del proprio destino ultimo, una familiarità a cui ha potuto opporre solo il coraggio, la perizia, ed una buona nave.
Lo sviluppo della tecnologia connessa alle costruzioni navali ed alle comunicazioni radio e satellitari, i sistemi globali di ricerca e soccorso in mare hanno, in parte, reso questo confronto meno aspro, ma tutto questo è storia recente, anzi recentissima, la necessità di dettare norme internazionali per la sicurezza, e costituire organizzazioni deputate alla ricerca ed al salvataggio dei naufraghi, sono patrimonio solo del secolo scorso.
Sino alla scoperta della telegrafia senza fili le speranze di sopravvivenza per i superstiti di un naufragio, persi nel bel mezzo del nulla, furono affidate alla provvidenza, alla fortunosa circostanza di guadagnare terra o d’incrociare la rotta d’un bastimento, sempre che questi fosse amico.
Per la navigazione d’altura l’assenza di comunicazioni a distanza immergeva la nave in una nebbia da cui sarebbe emersa solo nei pressi della costa, a poche miglia dal porto di destino.
Nell’Ottocento, il naufragio costituì ancora un problema irrisolto, peraltro gravato da risvolti di natura doganale e sanitaria.
Lo spiaggiamento di relitti, merci e naufraghi, fu considerato una possibile fonte di beni da contrabbandare, un’astuzia da pirati o peggio, un focolaio epidemico. L’ordinato vivere civile, minacciato da ciò che il mare avrebbe potuto lasciare sui litorali, fu difeso da Leggi, regolamenti, e presidi costieri. Il regno delle Due Sicilie si diede proprie Leggi per tutelare la salute pubblica, utilizzando gli strumenti e le conoscenze disponibili all'epoca. Due successive edizioni dei Regolamenti Sanitari, la prima del 1820, la seconda del 1853, stabilirono l’organizzazione della sanità regnicola divisa in interna ed esterna, ove per esterna s'intese la difesa sanitaria dei confini terrestre e marittimo.
Il primo decennio del diciannovesimo secolo tenne a battesimo anche le prime rudimentali forme di soccorso marittimo organizzato, naturalmente limitato alle sole navi rilevabili dalla portata visiva delle postazioni costiere.    
Nel 1809 il governo inglese, nel pieno della minaccia napoleonica, istituì le stazioni della Preventive Waterguard, una sorta di corpo misto di finanza e guardia costiera con compiti di sorveglianza doganale e di salvataggio in mare.
La Francia, nel medesimo periodo, preferì affidare il proprio servizio di salvamento marittimo alla diffusa rete di semafori impiantata lungo le proprie coste. Analogamente, nel corso del dominio napoleonico, il sistema vigilanza e salvataggio in mare francese fu esteso anche alle coste italiane.  
Dal 1815, con la soppressione dei semafori installati dai francesi lungo le coste della Penisola, un certo grado di sicurezza per gli equipaggi fu assicurato lungo i litorali delle Due Sicilie, ove il sistema rimase in vita costituendo, con la rete dei fari, le Capitanerie di porto e gli uffici di Sanità Marittima un punto di riferimento per la sicurezza della navigazione.
Le principali marine straniere inserirono i semafori napoletani nei propri portolani [1], giacché conoscerne l’ubicazione avrebbe certamente aiutato il capitano di un bastimento in difficoltà a determinare la propria posizione, segnalare una condizione di pericolo, o almeno farsi avvistare.  
La storia della marineria delle Due Sicilie fu ricca di episodi in cui uomini di mare, a cui non difettò il coraggio, impegnarono sé stessi e le proprie navi, per salvare vite umane.
Azioni che in più di un caso ebbero un rilievo internazionale, come fu per Vincenzo D'Abundo della Real Marina che a rischio della propria vita, nel marzo del 1853, salvò dal naufragio la nave americana "Parana", in procinto d'infrangersi sugli scogli nel golfo di Santa Eufemia. D'Abundo fu citato al Congresso degli Stati Uniti per il suo eroismo, umanità e disinteresse nel rifiutare qualsiasi ricompensa ma, non fu il solo, il Capitano di Fregata Raffaele Gonzales, comandante della real pirofregata Archimede, fu insignito della medaglia al merito della camera del Congresso di Washington per aver salvato nel marzo 1855 un'altra nave statunitense, la "Golden Rule" del capitano Nickerson, in procinto di naufragare sulla scogliera del faro di Palermo. Circostanze che avrebbe dovuto inorgoglire l’opinione pubblica, ma il cuore dei “napolitani” e del loro re, batté molto di più e a lungo, per il salvataggio di umili pescatori avvenuto nell’estate del 1834.  
Il segnalatore del posto semaforico di Nisida, ed alcuni marinai del posto, furono i protagonisti assoluti di questo soccorso, così narrato dalla cronaca [2] del tempo:  “Il dì 3 Agosto di quest’anno [1834 N.d.R.] essendosi chiuso il cielo e messosi fierissimo vento, si alzò una terribile tempesta nel golfo di Napoli. La quale mostrava per ogni dove i suoi tristi effetti, ma specialmente intorno a Nisida, che è una piccola ed amena isolotta non molto lontana dal lido, era furiosa e crudele. La notte che venne appresso, mentrechè il mare sentivasi  viemaggiormente mugghiare, e rottosi il cielo cadeva strabocchevole pioggia accompagnata da orribili tuoni e dallo spesso fischiar di saette, sentì Luigi Savarese, ufficiale del telegrafo di quell’ isola, lontani e compassionevoli lamenti; sicché tosto immaginò quello che dovea essere.
Fattosi però attentamente a ragguardare, vide all’incerta e fugace luce de’ baleni una piccola barca, che essendo miseramente combattuta dalle onde già andava sotto, ed alcuni infelici uomini che invano si sforzavano di campare.
Perché di presente calò alla marina, e chiamato tutti i marinai di quella piaggia con pietose parole e con speranza di larghi premi cercava d’incitarli a soccorrere quei meschini.
Ma que’ buoni isolani comechè, in sentire il lamento que’ miseri e vedendo come tra poco irreparabilmente dovevano morire, fossero compresi da pietà grandissima, e sentissero lacerarsi l’animo dal dolore, pur conoscendo il certo pericolo, anzi la quasi inevitabile morte, non si ardivano ad andarli a soccorrere.
E l’uffiziale del telegrafo se mai fosse dolente non è a dire, chè le più disperate grida de’ naufraghi, il vento che maggiormente crescea, l’onda che assai più infuriava li facevano quasi del tutto disperare, e non altro aiuto per loro già vedea che il favor del cielo.
In questo mezzo un barcaiolo animosissimo, forte della persona e della fresca età di vent’anni, per nome Francesco Belotti, afferrato un piccolissimo palischermo [3] senza altamente far parola il trae nell’acqua, e con due altri compagni da sé eccitati montanvi sopra.
E ancorché il mare grossissimo minacciasse d’inghiottirli, pure il bravissimo Belotti già dimentico della sua vita per salvare l’altrui dando de’ remi nell’acqua, ed incitando i compagni giugne a quegli infelici.
Precipitosamente gettandosi nel mare, raccoglie tre uomini, i quali già cominciando a mancar di forze senza altri aiuto sarebbero certamente periti. E spintoli alla barca, e lasciatene la cura ai compagni tornò da capo nell’acqua per vedere se altri vi fosse.
Ma non vennegli fatto di trovare che un piccolo fanciullo, il quale già era tutto freddo e quasi senza vita. Venuto di nuovo a’ compagni trovò que’ tre uomini che già avean riacquistati gli spiriti.
I quali quando videro che solo un giovane così animoso era stato il lor salvatore, grande fu la maraviglia che sentirono e tutta volevano manifestargli la lor riconoscenza.” … "Ma il Belotti altro non volle se non sapere se ci avea qualche altro con loro; e sentito come essi eran tutti e’ pianse della gioia.
Non si tenne contento di aver loro solamente salvata la vita, chè, sapendo come nella barca ci avea una piccola somma di denaro, che era lor sola ricchezza, non gli poté soffrir l’animo, che coloro i quali avea campati avessero per innanzi a trarre giorni miseri e dolenti. Però senza nulla dire gettatosi novellamente nel mare sì fece, che riebbe il denaro e la barca. Allora contentissimo senza fine legatala alla sua, e dato il danaro a que’ miseri, era tutto a confortarli.
Gl’isolani che tutto quel tempo erano stati sul lido pieni di timore e dubbiosi, quando li vider tornare fecero grandi feste, e tutti piangendo del piacere faceanglisi incontro ed abbracciavano quel giovane.
Ed il padre che certo dovea essere tra quelli qual contento non dové egli sentire della virtù di quel suo figliolo, come non dové tenersi felice in quel punto e beato?
Comechè tutti volessero allora soccorrere que’ naufraghi il Belotti non soffrì, anzi volle che venissero nella povera casa sua, dove tutta la notte li rattenne, e cercò di porger loro ogni modo di conforto.
La mattina dovendo quegli partire, e non avendo de’ remi, egli diè loro i suoi, dicendo che non dava altro, perché nulla egli non avea.”…
Il giorno seguente, il bravo Savarese trasmise un dettagliato rapporto dell’avvenimento al proprio comando di Napoli. La notizia in breve giunse al Ministro Segretario di Stato per gli Affari Interni e da questi, al Re.
Ferdinando II decise che tanto coraggio, disinteresse e dedizione dovessero essere ricompensati. Belotti fu insignito della medaglia d’argento al Merito Civile. Un premio di duecento Ducati, raccolto con pubblica sottoscrizione [4] dall’ambasciatore Paolo D’Ambrosio, gli fu assegnato per  l’acquisto della tanto desiderata barca a vela.  
L’ufficiale telegrafico Luigi Savarese, i compagni del giovane marinaio di Nisida, Pietro Generoso e Carmine Lucio, furono anch’essi ricompensati con un premio di cinquanta Ducati ciascuno.
Disinteressato eroismo, solidarietà, umanità, esempi e sentimenti  suscitati da quest’episodio che a Napoli, come spesso accadde,  finirono per trovare espressione artistica e popolare.
Ne colse la forza della tragedia, della pietà, e della natura Salvatore Fergola, apprezzato pittore napoletano, artista del Reale Ufficio Topografico e docente del Real istituto di Belle Arti.
Nel 1843 il maestro partecipò alla Biennale di Belle Arti di Napoli presentando quattro lavori,  "Marina di Capri al chiaro di luna con battello in cui dorme un marinaro", "Veduta di Forio d'Ischia al tramonto", "Un sifone nel golfo di Procida" ed infine “Naufragio al chiaro di luna nelle vicinanze di Nisida”. Quest’ultima opera, datata e firmata 1841, fu direttamente ispirata dall’episodio del 1834.
Nella descrizione pittorica del dramma, Fergola non trascurò di citare un particolare “tecnico” attinente l’attività dei semafori costieri. Sullo sfondo dell’azione, alla destra dell’osservatore, s’intravede la sagoma scura dell’isola di Nisida, sovrastata dalla torre semaforica.
Sulla cima della postazione, un puntino luminoso ci rimanda alle norme di servizio che in caso di scoperta di un naufragio o di un sinistro marittimo, prescrissero lo sparo di un colpo di cannone, accompagnato dall’innalzamento di una luce bianca in testa all’albero di segnalazione.  Il dipinto, oggi visibile presso la  sala XXV del Palazzo reale di Napoli, fu scelto da Ferdinando II per essere presentato all’esposizione del settembre – ottobre 1845, in coincidenza con quel grande evento che fu la  VII Adunanza degli Scienziati Italiani.  
Nel 1836 un nuovo salvamento, sempre nelle acque antistanti l’isola di Nisida, rinnovò la tensione emotiva del pubblico. Stavolta fu un vecchio marinaio di S. Lucia, tal Cristofaro Castigliola, uno di quei “luciani” così cari al Re, a portare in salvo tre pescatori naufragati “dietro la lanterna del porto” [5] .    
Il primo salvataggio compiuto nella acque di Nisida dovette rimanere ben presente nella memoria della città, conservando anche una certa enfasi morale, tanto da divenire il soggetto per varie opere letterarie, come l'"Enrichetta Malerosa", un romanzo storico pubblicato nel 1842 [6] dal giovane Vincenzo Leoncavallo, scrittore e soldato del 1° Reggimento di Linea Re. Al capitolo quinto del romanzo, l'autore inserì nella vicenda dalla protagonista, Enrichetta Malerosa, un avventuroso salvataggio al largo dell'isola di Nisida, ad opera di un marinaio e dell'ufficiale del telegrafo. Chiaro il riferimento ai fatti che commossero l'opinione pubblica napoletana e come accadde nella realtà, il capitolo si concluse con il premio conferito dal Re all'eroico salvatore.  Nel 1851,  a vent'anni dai fatti, l'immancabile Pasquale Altavilla [7] mise in scena "Lo coraggio de no bravo marenaro de Niseta" , nella premessa del copione l'autore scrisse: "questa commedia che ricorda uno de' bei tratti di coraggio e generosità, fu scritta per popolarizzare il nome del marinaro de Niseta Francesco Bellotti...", ed il pubblico del san Carlino, come d'abitudine, rise e si commosse.
Anche il napoletano Marco d’Arienzo, uno dei migliori librettisti di metà Ottocento, nel 1854 scrisse i versi per un piccolo melodramma dal titolo “Il marinaio di Nisida" [9]. L’opera, musicata dal “primo alunno” del real conservatorio di Napoli, il reggino Antonio Candeloro, fu composta secondo l’uso del tempo in tre brevi scene quale esibizione saggistica delle capacità individuali, tecniche ed espressive, maturate nel corso degli studi musicali. A metà Ottocento, il teatro popolare napoletano fu animato da un filone comico che fece il verso al melodramma romantico, una produzione che ebbe un’espressione più colta nelle azioni parodistiche degli allievi del real Conservatorio di San Pietro a Majella, ed il "Marinaio di Nisida" ne fu esempio. Interpretato da il “signor Capurro, alunno del Real Collegio” nei panni del prode marinaio Francesco Bellotti, e dal signor Guarnieri, anch’egli alunno del Conservatorio nella parte dell’ufficiale telegrafico, l'azione s'aprì sulla “spiaggia dell’isola di Nisida.
Ad un lato la torre del telegrafo, dall’altro qualche casetta, il cui pian terreno è un’osteria; presso la spiaggia rupe fatta da scogli. Il sole è tramontato …” . Un coro di marinai accompagnò la scena prima, divisi in  vari gruppi, “versando vino fra loro”, cantano:
Beviam senza pensiere
Di Nisida il buon vin.
Nel fondo del bicchiere
Talor scrive il destin.
Nei lunghi viaggi pei mari frementi;
Nell’alte burrasche che levano i venti,
Per poco che a morte si chiude il sentiere
Non pensa il marino che al colmo bicchiere …”
V.F.G.A. Pat.n. Saverio Maniscalco e Suoi Compagni 1822. La scena riprodotta nella tavoletta propone la grazia ricevuta per il salvamento da sicuro naufragio: in alto a destra le Anime del Purgatorio e sulla sinistra la Madonna del Soccorso invocata, a braccia aperte, dall'equipaggio in balia del mare in tempesta. Ex voto dalla  Chiesa di Sant'Agostino, Sciacca (AG).
Frontespizio dei regolamenti sanitari delle due Sicilie nelle edizioni del 1819 e 1853. L'organizzazione della difesa sanitaria del regno fu, per l'epoca, tra le migliori d'Europa, ed insieme con il sistema sanitario dello Stato Pontificio,  il migliore d'Italia. La pandemia di Colera che tra seconda e terza ondata, senza soluzione di continuità, attraversò il Continente europeo dal 1829 al 1836, mise a dura prova il sistema sanitario delle Due Sicilie. In tutta Europa la malattia fece un mumero altissimo di vittime, in Russia, più di un milione di persone morirono di Colera, a Parigi 20.000 su una popolazione di 650.000, mentre le morti totali in Francia ammontarono a 100.000 persone. Nel 1832 in Inghilterra morirono 20.000 persone, nella successiva ondata del 1853-54 l'epidemia provocò oltre 10.000 vittime nella città di Londra e 23.000 in tutta la Gran Bretagna. Nelle Due Sicilie, nonostante i cordoni sanitari, il morbo giunse nel 1836 a bordo di navi provenienti dal porto di Ancona. L'epidemia provocò, nella sola città di Napoli, oltre 13.000 morti. La pandemia di Cholera Morbus è considerata quella che ha mietuto il più alto numero di vittime tra le epidemie del  19° secolo.
Messaggio del presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce del 9 aprile 1856 alla camera dei Rappresentanti per valutare il rapporto del segretario di stato, William Learned Marcy, circa il salvataggio dell'equipaggio del "Paranà", nave americana in procinto di naufragare sugli scogli nel golfo di Sant'Eufemia nel marzo 1853. Al rapporto è allegata una comunicazione del 29 ottobre 1855 dell'ambasciatore USA presso la corte di Napoli, Robert Dale Owen, con la quale, nel riassumere i fatti, mise in risalto il coraggio e la perizia di Vincenzo D'Abundo, delle Capitanerie di Porto delle Due Sicilie, il quale, a rischio della sua stessa vita, intervenne per impedire il naufragio della nave senza accettare alcun riconoscimento o ricompensa per l'opera prestata. Nella stessa lettera l'ambasciatore ricorda altri episodi di soccorso della marina napoletana in favore di navi americane e, tra tutti, menziona il caso del capitano di fregata Raffaele Gonzales, insignito della medaglia al volore del Congresso che nel 1853, al comando della pirofregata Archimede, salvò dal naufragio la nave "Golden Rule" del capitano Nicholson, in procinto d'infrangersi contro gli scogli del faro di Palermo.  
"L'ile de Nizita" (l'isola di Nisida), stampa pubblicata su "Universe Illustré, Paris, 1860.
Vincenzo Leoncavallo
Vincenzo Leoncavallo, scrittore e soldato del 1° Reggimento Fanteria di Linea "Re", nel 1842 pubblicò l' "Enrichetta  Malerosa, storia napolitana del secolo XIX", suo primo romanzo a carattere storico. Al capitolo V il Leoncavallo riprese l'episodio del salvataggio di Nisida inserendolo all'interno della sua narrazione.
Lo coraggio de no bravo marinaro de Niseta (1851), commedia in quattro atti di Pasquale Altavilla messa in scena al teatro San Carlino di Napoli.
"Il Marinaio di Nisida", azione melodramamtica, parole di Marco D'Arienzo, musica del primo alunno del Real Collegio Antonio Candeloro.  (1854)
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[1] Il Portolano è una pubblicazione utilizzata per la navigazione marittima nella quale sono descritti i porti, gli approdi, gli ancoraggi, i servizi marittimi, le coste ed altre informazioni utili ai naviganti.
[2] Pagg. 47, 48 Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, Volume V, maggio – agosto. Tipografia del Real Ministero degli Interni nel Real Albergo dei Poveri, Napoli 1834.
[3] Palischermo è un termine nautico generico per indicare barche a remi o a vela.
[4] Pag. 94, Il Raccoglitore Italiano e Straniero, ossia Rivista mensile europea di scienze, lettere, belle arti, bibliografia e varietà Anno III parte I, compilato per D. Bertolotti – Milano Ant.Fort. Stella e Figli 1836.
[5] Pag. 222, Annuario storico del Regno delle Due Sicilie dal principio del governo di Ferdinando II Borbone, Antonino Parisi – Napoli, dalla Tipografia Trani 1838.
[6] "Enrichetta Malerosa storia napolitana del XIX secolo" di Vincenzo Leoncavallo, Napoli Stabilimento Tipografico Coster 1842.
[7]"Lo coraggio de no bravo marinaro de Niseta" : commedia in 4 atti di Pasquale Altavilla, Napoli tipografia de' Gemelli, 1851.
[8] Il Marinaio di Nisida, Azione Melodrammatica, Napoli Stamperia Reale, 1854.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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