Il servizio semaforico delle Due Sicilie - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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Entrata di Napoleone a Berlino il 27 ottobre 1086, Charles Meynier, Châteaux de Versailles.

Schema degli scambi commerciali in Europa danneggiati dal Blocco Continentale imposto da Napoleone.
Particolare del progetto per l'installazione di semaforo "Depillon" all'interno di una torre di sorveglianza costiera delle Due Sicilie (1807 circa) A.S.NA. Sez. Militare  S.G.M. Vol. 468 vol. non mum.
Il dominio napoleonico sull'Italia (1812)
Ammiraglio Jacob
Ammiraglio Luis Léon Jacob
Palazzo "Salerno"  (Napoli),  sul tetto dell'edificio indicata la macchina di segnalazione della prima stazione semaforica installata dai francesi il 9 giugno 1807.
Torraro 1806
Torraro in uniforme dell'armata franco-napoletana di Giuseppe Napoleone (1806). Disegno di Quinto Cenni. General Research Division, the New York Public Library Digital Collections. 1910: "Italy. Kingdom of the Two Sicilies, 1806-1808 [part 3].
Schema costruttivo di un semaforo "Depillon"
Guardiamarina in piccola tenuta nel cortile dell'Accademia di Marina murattiana (Napoli, convento dei SS. Severino e Sossio, attuale sede dell'Archivio di Stato). Con la riforma dell'Accademia di Marina del 1813, furono inserite nel piano di studi le esercitazioni pratiche delle "tecniche di segnalazione e corrispondenza telegrafica e semaforica".
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La Telegrafia Visuale | Il servizio semaforico del regno delle due Sicilie

Tra i lasciti del “decennio francese”, il regno delle Due Sicilie poté avvalersi d’un moderno ed efficiente sistema di telegrafia visuale collocato lungo la frontiera marittima dei domini al di qua del Faro.
L’origine di questa infrastruttura è da far risalire ai primissimi anni dell’Ottocento, allorché lo scontro tra Inghilterra e Francia segnò l’apertura di un nuovo fronte, quello della guerra al commercio continentale.
All’assedio inglese dei porti dell’impero francese Napoleone, con il decreto di Berlino del 21 novembre 1806, rispose ponendo in stato di blocco le isole britanniche, vietando ogni commercio da e per l'Inghilterra.
La sconfitta di Trafalgar, e la perdita di qualsiasi significativa iniziativa sul fronte marittimo, spinse Bonaparte ad adottare una strategia d’indebolimento della capacità politica, militare ed economica dell’Inghilterra costruita attorno un sistema di misure legislative ed accordi, ma anche di dura repressione militare, con i quali tentò di impedire l’accesso delle merci britanniche ai mercati continentali.
Per chiudere i porti alle navi che avessero toccato uno scalo considerato “inglese”, lungo le coste dell’impero francese e dei paesi satelliti fu istituita una cintura di controllo del traffico marittimo attrezzata con un nuovo modello di telegrafo ottico: il Semaforo.
Il dispositivo, di facile costruzione ed installazione, fu progettato tra il 1801 ed il 1804 dall'ufficiale d'artiglieria Charles Depillon [1], preoccupato di porre rimedio ai limiti imposti alla comunicazione militare costiera dall'uso delle bandiere, troppo vincolate al vento ed alle condizioni di visibilità.
Il Semaforo, la cui etimologia rimanda al “portatore di segnale”, al pari degli altri sistemi di telegrafia visuale fu inserito in una catena di segnalazione costruita dislocando questi apparecchi lungo i litorali, in posizione cospicua, l’uno a portata visiva dell’altro.
L’uso d’un linguaggio cifrato permise di trasmettere alle autorità militari le notizie raccolte sul traffico marittimo, di dare segnali, avvisi, ordini, alle unità in transito e di riceverne informazioni su nazionalità, equipaggio, carico, provenienza, destinazione e stato sanitario.
Prontamente adottata dalla Marina da guerra francese, la macchina di Deplillon si distinse nettamente dal precedente sistema Chappe, sia  per la meccanica dell’apparato trasmettitore che per le modalità di trasmissione e la struttura dei cifrari.
A differenza del sistema Chappe, costituito da un unico braccio segnalatore articolato in tre parti mobili, il Semaforo consentì grande leggibilità dei segnali grazie alle tre grandi “ali” o “rami” ben distanziate tra loro.
Sul funzionamento della macchina riportiamo la descrizione che ne fa la “Rivista Marittima ” nel luglio del 1871:
“…  Un semaforo componesi essenzialmente di un’antenna di legno ben dritta …rotta nel mezzo del casotto di cui oltrepassa il tetto, porta, nel tratto che rimane fuori, tre telai di ferro lunghi quattro metri e larghi quaranta centimetri, e girevoli ognuno sopra un perno che li attraversa in metà e li unisce all’antenna. Affinché girando, l’uno non urti l’altro … essi sono alternati su due facce opposte dell’albero… I telai che, in linguaggio tecnico, chiamasi le ali, sono per metà bianchi e per l’altra metà nere, intendendosi che della sola metà nera debba tenersi conto nella segnalazione, mentre la metà bianca non vale che a mantenerne l’equilibrio, compensando il peso della nera. … Semplicissimo è il mezzo onde si fanno girare le ali. Su ciascuna di esse è fissa in metà una puleggia cui attraversa il perno che tien l’ala all’albero. Girando la puleggia, gira necessariamente l’ala, e la puleggia è volta da una funicella di fil di ferro che, passando per la gola di essa, scende lungo l’albero, entra nel casotto e va ad avvolgersi attorno ad un’altra puleggia identica a quella dell’ala, e come quella girevole sul suo asse, ed infissa nell’albero. Due manovelle sporgenti da quest’ultima puleggia, nel senso dei suoi raggi, servono a darle il moto, che per la fune si trasmette all’ala. Ciascun’ala, ben, inteso è mossa da una puleggia e da una corda sua propria, il suo moto dovendo essere libero da quello delle altre. Tutte le dette girelle sono di ferro e quelle interne che, come si è detto, servono alla trasmissione del movimento, hanno otto raggi, ciascuno dei quali porta un numero o un segno che, quando è in alto, indica che l’ala ha presa sull’albero la posizione che ad esso numero corrisponde. Otto sono dunque le posizioni che ciascuna di esse può prendere, ma due essendo occultate dall’albero, ne restano per ciascuna solo sei, cioè in tutto diciotto … diasi a ciascuna un valore, e si avrà un linguaggio a segni. …”        
Le segnalazioni avevano luogo mediante il movimento delle tre ali, ciascuna delle quali poté assumere, oltre quella di riposo orientata verso il basso, sei posizioni corrispondenti ad un identificativo numerico:
  • ala superiore: numeri da 1 a 6,
  • ala centrale: numeri multipli di 7 (7, 14, 21, 28, 35, 42),
  • braccio inferiore: numeri multipli di 49 (49, 98, 147, 196, 245, 294).
Alle trecentoquarantadue possibili combinazioni numeriche, corrisposero altrettanti “articoli” del segretissimo cifrario.
Per l’impiego notturno si applicarono dei fanali all’estremità di ciascuna “ala” tuttavia, la validità della soluzione fu limitata dalla qualità mediocre dei corpi illuminanti.
Nel 1805, alla morte di Depillon, lo sviluppo dei Semafori costieri, ancora in fase sperimentale, fu affidato al Capitano di Vascello Louis León Jacob (1768-1854), il quale ricevette l'incarico d’impiantare una rete costiera di centotrentacinque stazioni semaforiche, di cui cinque in Algeria e centoventinove sulle coste del continente europeo da Flessingue, porto del regno d'Olanda, a La Spezia, porto del regno d'Italia.   
L'Ammiraglio Denis Decré, ministro della Marina francese, con una lunga lettera indirizzata al prefetto marittimo di Brest, nell'aprile del 1806 impartì le istruzioni per l'installazione ed il funzionamento dei semafori.
La carenza di mezzi economici e la contingenza politico-militare rese difficile l’attuazione del piano, la stessa macchina semaforica fu distribuita in versione “economica”, realizzata modificando l’originaria struttura ad “albero mobile”, concepita per ruotare il trasmettitore verso l’osservatore, in un modello ad “albero fisso”, peraltro costruito con legno di modesta qualità.
Il dispositivo, così trasformato, fu consegnato in scatole di montaggio inviate direttamente da Parigi alle postazioni costiere. Ciascun "kit" incluse:
  1. un albero di 36 piedi [12 m ~], da 9 a 12 pollici di diametro al piede e da 6 a 9 pollici di diametro in testa,
  2. tre "ali" con cilindro di rotazione (ogni ala misurava quattro metri di lunghezza: 2 m per il segnalatore e 2 m per il contrappeso,
  3. tre ruote (per comandare l'orientamento delle ali),
  4. tre chiavi per manovrare le ruote,
  5. sei caviglie o cavicchi,
  6. sei piedi per il sostegno dell'albero,
  7. sei rondelle.
Con la medesima spedizione le postazioni costiere furono fornite di pezzi di rispetto, di due telescopi d'osservazione, una tabella dei segnali, un cifrario, ed un “giornale” di stazione.
Per interpretare i “segni” trasmessi dalle macchine semaforiche, le navi mercantili furono dotate di una copia del cifrario, accompagnato dalle consuete istruzioni per impedire che potesse cadere in mani nemiche.  
Il Capitano Jacob completò, con molto anticipo, il programma d’allestimento della linea semaforica lungo la costa francese della Manica.
Le capacità e la tenacia dimostrate attirarono l’attenzione di Napoleone che, alla vigilia delle operazioni di sbarco in Sicilia, lo volle al comando della Marina francese a Napoli. Con non poche difficoltà i francesi, su ordine di Napoleone, radunarono nel porto di Civitavecchia dieci unità per costituire la flottiglia leggera assegnata all'Armeé de Naples, da trasferire nella capitale delle Due Sicilie agli ordini del nuovo comandante.  
Il 12 marzo 1806 il Capitano Jacob fu a Napoli ove una determinazione [2] di Giuseppe Bonaparte [3], ancora semplice luogotenente dell’imperatore, gli riconobbe anche la nomina al grado di comandante superiore della costituenda Marina napoletana ed internamente, la carica di prefetto marittimo.
Il 17 aprile 1806, nelle acque antistanti Fiumicino, la flottiglia [4] proveniente da Civitavecchia fu intercettata e neutralizzata dalla fregata inglese HMS Sirius. La possibilità di disporre nell'immediato d’una forza marittima francese svanì e la progettata invasione della Sicilia, per il momento, fu accantonata.
Jacob si ritrovò a capo di una Marina pressoché inesistente e come se non bastasse, costretto a collaborare con ufficiali napoletani ed alle dipendenze di un Ministro della Marina, anch’egli napoletano.
Uomo dal carattere spigoloso, a tratti arrogante, Jacob non compì alcuno sforzo per adattarsi all’ambiente, non apprese l’italiano, disprezzò apertamente i napoletani ed in qualità d’ufficiale superiore francese ritenne di dover dar conto delle proprie azioni solo al re ed all’imperatore. Ammonito più volte per tale atteggiamento, egli dovette tuttavia confrontarsi con la realtà militare delle due Sicilie e non disponendo di una adeguata flotta, le sue principali preoccupazioni, secondo le disposizioni dell'Imperatore, furono d'assicurare il blocco del commercio di qualsiasi mercanzia o manufatto inglese. Giuseppe Napoleone, con decreto n. 28 del 13 marzo 1806, ordinò d'attuare anche a Napoli il blocco continentale disponendo che si realizzassero tutte le  attività necessarie al controllo militare dei litorali insidiati dall’attività della marina anglo – borbonica.
Adottando il modello di sorveglianza e difesa già sperimentato in Francia, Jacob puntò al rafforzamento delle artiglierie costiere ed allo sviluppo della rete semaforica. Già dal marzo del 1806 lo stato maggiore della Marina franco-napoletana si premurò d’istruire un certo numero di segnalatori, vedette e guardiani, e di licenziare la prima edizione delle "Istruzioni per i Sotto-Ispettori dei Segnali e Istruzioni per le Vedette de Segnali [5]".
A giugno, il ministro della Marina Nicola Luigi Pignatelli di Cerchiara, incaricò una commissione di studiare i migliori siti tra Napoli e Gaeta ove installare i semafori della prima tratta telegrafica.
Il categorico rifiuto di collaborare con questa commissione e lo scontro con alcuni suoi membri, furono gli ultimi episodi del conflitto consumatosi tra Jacob, comandante della Marina, ed il ministro Pignatelli.
Il 13 giugno 1806 Giuseppe Bonaparte ordinò la destituzione Jacob ed il suo rimpatrio. Il Capitano di Vascello Charles de Lostanges, ufficiale poco stimato da Napoleone ma non ostile ai napoletani, assunse il comando militare della Marina.  
Il completamento della prima linea visuale fu preceduto dal Decreto n. 304 del 30 dicembre 1806, con il quale fu ordinato ai torrari di continuare ad assicurare il servizio, un provvedimento necessario per garantire la continuità della precedente organizzazione di sorveglianza marittima, almeno sino a quando il nuovo sistema di scoperta e comunicazione avesse offerto garanzie di sufficiente “copertura” della linea costiera.
Il 9 giugno 1807, piantato sul palazzo di Corte a sinistra della Reggia [6] , entrò in servizio il primo semaforo [7] della rete ottica delle Due Sicilie. A fine luglio furono operative anche due stazioni semaforiche periferiche, una in Calabria per il controllo dello Stretto, ed una presso la base navale di Taranto.
Secondo il modello organizzativo francese, il Ministero della Marina ebbe il controllo della rete semaforica, una infrastruttura ideata e realizzata per integrarsi nel più vasto sistema di difesa stabilito dai francesi lungo i litorali dell'Impero e del Regno Italico.
Centoquaranta postazioni allestite presso le batterie costiere furono aggregate su base territoriale in tre "Circondari" telegrafici: il Tirrenico, lo Jonico e l’Adriatico.
Il coordinamento delle attività e la manutenzione delle linee furono assegnate ad un “Ispettore” coadiuvato da tre "Sotto-ispettori dei Segnali", uno per ogni circondario.
Nel 1808, anno dell'arrivo sul trono di Napoli di  Joachim  Muràt [8], fu pubblicato e distribuito il nuovo Codice per i "Segnali di Costa del Regno di Napoli" e ribadito l'obbligo per le navi commerciali di proteggersi viaggiando in convoglio.
L’anno successivo, i decreti n. 471, 472, e 473 del 20 settembre 1809 resero esecutive le tre leggi organiche sulla marina militare nella cui organizzazione fu inquadrato il personale dei semafori alle dipendenze di un “direttore dei telegrafi”.
Tra il 1806, anno di avvio del programma, ed il 1811, il circuito semaforico arrivò a "coprire" il litorale da Gaeta sino a Vieste.
A seguito del completamento della linea terrestre Parigi-Venezia, la rete telegrafica visuale del Regno d¶Italia, tra il 1810 ed il 1812, fu integrata e completata in connessione con la più estesa linea del Regno di Napoli. Con Decreto n. 1257 del 27 febbraio 1812, Muràt ordinò prolungare la rete semaforica da Vieste sino alla "frontiera italiana" [9].
La nuova linea, costruita a spese delle amministrazioni locali, si snodò lungo le coste delle province di Capitanata, Molise, Abruzzo Citra ed Abruzzo Ultra.
Al  completamento del circuito semaforico i francesi ebbero a disposizione un sistema di comunicazione militare che passando per i litorali continentali delle Due Sicilie, collegò, senza soluzione di continuità, le coste Nord atlantiche a quelle dell'Albania.
Lungo la dorsale appenninica del regno, stazioni e ripetitori integrarono la rete semaforica costiera stabilendo la comunicazione diretta tra i litorali adriatico e tirrenico.
Nel 1810 Murat emise un nuovo ordine per disciplinare la navigazione commerciale sul versante tirrenico del regno; alle navi fu richiesto di viaggiare in convogli di trenta unità scortate almeno da sei cannoniere, i comandanti dovevano costantemente osservare le segnalazioni semaforiche ed in caso di pericolo, rifugiarsi nelle rade protette dalle batterie costiere. Per rendere ancora più stringente l’obbligo di sottostare alle segnalazioni semaforiche, il Decreto n. 1234 del 6 febbraio 1812 impose ai comandanti delle navi che avessero ignorati i segnali, l’obbligo di rimborsare le spese sostenute dalle batterie costiere per i tiri d’avvertimento sparati contro di loro.
L’importanza attribuita alle comunicazioni ottiche ebbe implicazioni anche nella formazione degli ufficiali di mare.  
L'Accademia di Marina di Napoli, riformata da Giuseppe Bonaparte nel 1806, con la legge n. 166 del 18 marzo 1813 voluta dal governo di Murat, riconobbe, nel suo programma formativo la necessità  d'adeguare le competenze tecniche dei cadetti  ai nuovi modelli di comunicazione marittima introducendo tra le discipline oggetto di specifiche esercitazioni pratiche, le "tecniche di segnalazione e corrispondenza telegrafica e semaforica" (art. 62).  

[1] Charles Depillon , il cui nome è talvolta scritto Charles de Pillon , nacque il 27 aprile 1768 a Saint-Christophe-sur-Conde e morì a Parigi il 4 giugno 1805. Inventore dei semafori costieri, Depillon nel 1801 propose  la sua invenzione al vice ammiraglio Decres , allora ministro della Marina. Il nuovo sistema di segnalazione, diretto concorrente del telegrafo Chappe, si caratterizzò per la sua grande flessibilità: veloce da montare, economico e poteva essere orientato verso le navi con le quali comunicava. Il semaforo, come concepito da Depillon, consisteva in un albero alto circa dodici metri sul quale erano quattro bracci articolati, ognuno dei quali poteva assumere sette posizioni, consentendo un totale di 2401 combinazioni , di cui 582 furono proscritte a causa della loro ambiguità, lasciarono un totale di 1849 possibilità.
[2] “Determinazione con cui si ricompone il corpo della Marina Militare” , Decreto n.27 del 12.3.1806.
[3] Giuseppe Bonaparte fu al comando del corpo di spedizione che invase il regno di Napoli nel febbraio del 1806, poi luogotenente dell’imperatore e dal 30 marzo 1806 re di Napoli per nomina ricevuta dal fratello Napoleone.
[4] La flottiglia partita da Civitavecchia si componeva di una corvetta, la Bergère, e di nove unità minori. Nello scontro con la fregata inglese Sirius la corvetta fu catturata, le sette unità minori sfuggirono alla cattura risalendo il Tevere mentre due brigantini, l’Endymion e l’Abeille, furono le sole due unità che riuscirono a guadagnare il porto di Napoli. Resoconto dello scontro: Il 17 aprile 1806 alle 2 del pomeriggio la Sirius era a cinque o sei leghe al largo di Civitavecchia quando il comandante Wlliam Prowse ricevette l'informazione che una forza francese era salpata quella mattina per Napoli. Egli partì immediatamente e riuscì a raggiungerli poco dopo il tramonto a due leghe dalla foce del Tevere. La forza consisteva in una corvetta , tre brigantini e cinque cannoniere pesanti, ed erano schierata in linea di battaglia vicino ad una pericolosa secca in attesa dell'attacco della Sirius. L'azione iniziò alle 19 e durò per due ore prima che la nave francese che guidava la flottiglia colpisse la Sirius. L'acqua era calma quindi i francesi erano stati in grado di sparare bene, tuttavia il fuoco della Sirius non lasciava scampo. Alle 21 circa la battaglia era terminata la Bergére si arrese, le cannoniere fuggirono risalendo il Tevere per poi rientrare a Civitavecchia e da qui, raggiunsero Tolone. I due brigantini riuscirono a sottrarsi al fuoco della Sirius e fecero vela verso Napoli. La fregata inglese, troppo danneggiata nello scontro, rinunciò ad inseguire i brigantini soprattutto in considerazione di dover navigare di notte ed in acque con secche insidiose. La nave catturata fu la Bergère, comandata dal capitaino di fregata Charles-Jacques-César Chaunay-Duclos, commodoro della flottiglia e membro della Legion d'onore. La nave francese era armata con diciotto cannoni da 12 libbre e un obusiera da 36 libbre, ed un equipaggio di 189 uomini. Il comandante Prowse la descrisse come "nave notevolmente bella, naviga bene, ed è adatta al servizio di Sua Maestà." Il Sirius perse nove uomini, tra cui il nipote di Prowse, 20 uomini feriti, di cui nove gravemente, Questa azione qualificò i superstiti per la Naval General Service Medal con il fermaglio "Sirius 17 aprile 1806".
[5] Biblioteca Nazionale di Napoli, numero d’inventario 1215370.
[6] Palazzo Salerno, all’epoca ancora sede dei Ministeri di Stato.
[7] Pag. 232 Cronaca Civile e Militare delle Due Sicilie, mons. Luigi del Pozzo, Napoli Stamperia Reale 1857.
[8] Nel 1808 Napoleone nominò Joachim  Muràt re di Napoli in sostituzione di Giuseppe Bonaparte, chiamato a ricoprire la “carica” di  re di Spagna.
[9] A seguito dell’annessione dei territori dello Stato della Chiesa all’Impero francese, dal l808 al 1814 il regno di Napoli confinò sul versante adriatico di Nord-Est con il Dipartimento Tronto  del neo costituito Regno d’Italia.
 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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