La telegrafia in Italia (1846 - 1852) - :: I Telegrafi delle Due Sicilie ::

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La Telegrafia Elettrica | La telegrafia in Italia (1846 - 1851)

Nel settembre del 1846 la telegrafia elettrica italiana era ancora tutta sulla carta.
Dopo il prototipo presentato l’anno precedente dal prof. Carlo Matteucci [1] alla Settima Adunanza degli Scienziati Italiani [2], i giornali riferirono di un nuovo telegrafo elettrico, questa volta messo a punto a Napoli dal prof. Luigi Palmieri [3] con l’assistenza di Giovanni Banditori, un giovane ed abile “meccanico”. L’apparecchio riscosse l’attenzione degli ambienti scientifici europei ed italiani ed in particolare del Granducato di Toscana ove il dibattito per la realizzazione della rete telegrafica fu più avanzato che nel resto della Penisola.
Nel numero del 26 ottobre 1846, il fiorentino “Giornale Militare Italiano e di Varietà [4]”, a proposito della macchina elettro - telegrafica presentata a Napoli scrisse: “… molti cultori di scienze naturali miravano con noi giorni addietro nel gabinetto fisico dell’egregio professor D. Luigi Palmieri un ingegnoso modello di telegrafo elettro-magnetico, ed intendevano da lui, essere il suo congegno la somma o piuttosto il compendio de’ tre apparati di Wheatstone in Inghilterra, di Jacobi in Russia e di Morse in America, spogliato per altro da tutti i difetti di essi…”.
Uno strumento, come riportò il giornale, dotato di un certo automatismo che avrebbe consentito, una volta “… composta e verificata la cifra sopra un cilindro che l’autore chiama di composizione, il suo telegrafo la trasmette da sé stesso ad un’altra stazione, scrivendola in carta avvolta ad un cilindro ch’ei dice d’impressione …”.
A dispetto delle lodi per la “perfezione” tecnica, l’apparecchio del Palmieri ebbe il “vizio” d’esser nato troppo in anticipo sui tempi della telegrafia italica.
Privo del sostegno industriale, il telegrafo dello scienziato “napoletano” non ebbe alcuna applicazione pratica finendo relegato nell’angusto spazio riservato ai prototipi.
Confrontando le due successive edizioni del “Traité de Télégraphie Électrique”, del matematico gesuita François-Napoléon-Marie Moigno, si ha chiara evidenza dell’obsolescenza tecnologica che colpì molte invenzioni collegate al telegrafo elettrico e tra queste, quella del Palmieri.
Nell’edizione del 1849 [5] Moigno annoverò proprio l’apparato del prof. Palmieri tra i modelli di telegrafi elettro – magnetici più adatti a rendere la trasmissione di un dispaccio più semplice e priva d’errori.
Ma nella seconda edizione del 1852 l’evoluzione tecnologica fece scivolare il telegrafo Palmieri nel limbo del secondo capitolo, tra gli “apparecchi storici” di cui l’autore ritenne utile conservarne memoria, quantunque non fossero stati, o non rimasero, dei dispositivi d’uso comune.   
Nel luglio del 1847, a poco più di un anno dall’esperimento del prof. Palmieri, la telegrafia elettrica della Penisola mosse i suoi primi  passi proprio dal Granducato di Toscana.
Negli altri Stati italiani la rete si sviluppò a “macchia di leopardo”, fortemente condizionata dagli interessi austriaci e francesi ma, soprattutto, da quelli molto più permeanti dell’Inghilterra.
Per le Due Sicilie alla fine degli anni quaranta dell’Ottocento la costruzione d’una infrastruttura d’avanguardia come la rete elettro - telegrafica, apparve impresa ancora lontana dal potersi realizzare.
La posizione geografica del regno e la tecnologia allora disponibile [6] legò le potenzialità della telegrafia napoletana al contestuale sviluppo delle linee negli altri Stati della Penisola, primo fra tutti il confinante Stato della Chiesa.
L’attesa per vedere completamente realizzato il circuito italiano per le Due Sicilie durò ben nove anni. I primi quattro, dal 1847 al 1851, furono necessari alla generalità degli Stati italiani per superare la fase politicamente critica del 1848 e dare inizio alla costruzione delle proprie linee  telegrafiche.
Altri cinque anni, dal 1851 al 1856, furono spesi nell’attesa che lo Stato della Chiesa costruisse la propria rete e la collegasse a quella austriaca, unica via d’accesso della telegrafia napoletana al circuito internazionale.
Come accadde per molti altri aspetti del progresso civile in Italia, fu proprio l’Austria ad imprimere un’accelerazione allo sviluppo della telegrafia italica.
Nel febbraio del 1849 l’impero asburgico prolungò per scopi militari la linea tra Vienna e Lubiana sino al porto di Trieste.
Con il 1850 la rete telegrafica del Lombardo - Veneto [7] si aprì al pubblico,  un evento che offrì  alla telegrafia della Penisola la prima possibilità di connettersi al circuito europeo ed extraeuropeo.
Nei due anni successivi, da Nord a Sud, ebbe principio la costruzione delle reti elettro – telegrafiche, prima grande infrastruttura “federale” tra gli Stati italiani.
Gli Annali Universali di Statistica, prestigiosa rivista milanese di tendenza liberale moderata, nel marzo del 1855 [8] auspicò, dalle Alpi alla lontana Sicilia, la pronta costruzione delle linee poiché solo allora, “la famiglia italiana” avrebbe potuto “dirsi veramente congiunta con tutto il mondo civile”.
All'indomani dell'Esposizione Universale di Londra del 1851, Alessandro Nunziante, duca di Mignano, comandante del Corpo dei Cacciatori di Linea, amico e consulente strategico del re Ferdinando II, ebbe ben chiara l’importanza della telegrafia elettrica per l’economia, la finanza, la politica, la diplomazia e la sicurezza stessa delle Nazioni. Egli fu il più autorevole assertore dell’indifferibile necessità d’introdurre nel regno questo nuovo “media”, tanto più che anche lo Stato della Chiesa, finalmente, mostrava un concreto interesse alla realizzazione di un proprio circuito telegrafico.
Ferdinando II, convinto dalle possibilità offerte dallo sviluppo di una simile infrastruttura, stabilì che si costruisse una linea sperimentale tra la reggia di Caserta e la piazza militare di Capua, al colonnello Nunziate il re affidò l'incarico di provvedere alla realizzazione del tracciato telegrafico.
Per l'esecuzione di questo primo tratto, i cui lavori terminarono il 2 settembre 1851, si procedette utilizzando manodopera militare e scavando trincee, per l’interro di tubi in terracotta entro cui  furono fatti passare i  fili telegrafici.
La tecnica costruttiva, già applicata  con scarso successo nelle coeve esperienze austriaca, inglese e prussiana, fu significativamente migliorata nelle Due Sicilie ove, per la protezione della linea telegrafica, si sostituì alla guaina di seta un rivestimento impermeabilizzante di gutta-percha.
I risultati ottenuti, superando di gran lunga quelli conseguiti dalla medesima sperimentazione condotta nel Lombardo – Veneto, conferirono alla nascente telegrafia napoletana il primato europeo [9] della più lunga linea sottotraccia perfettamente funzionante.
Tuttavia, il buon esito dell’esperimento e le maggiori garanzie di protezione da offese naturali o da sabotaggi, non furono ragioni di per se stesse sufficienti a sostenere l’interramento su vasta scala dei tracciati telegrafici.
Come avvenne nel resto d’Europa, anche l’amministrazione napoletana si orientò verso linee aeree su tralicci, meno sicure, ma infinitamente più economiche.
Il passaggio dei fili telegrafici “sotto traccia” non fu abbandonato ma  limitato ai “collegamenti speciali”, una categoria riservata ai siti reali [10] o all’attraversamento di particolari contesti ove ragioni di sicurezza, urbanistiche o tecniche, sconsigliarono il passaggio delle linee aeree.
L’annuncio dato nel 1851 della prossima costruzione della linea telegrafica pontificia tra Roma e Terracina, accelerò i propositi del governo napoletano di realizzare un collegamento tra la Capitale e Gaeta. Una tratta strategica, che in prospettiva avrebbe offerto alla telegrafia napoletana l’opportunità di guadagnare, attraverso la stazione confinaria di Terracina [11], il raccordo alla rete romana e per suo tramite a quella europea.
Il primo tracciato telegrafico delle Due Sicilie fu progettato lungo tre direttrici: la prima per l’attraversamento urbano della città di Napoli, la seconda verso i Campi Flegrei, e la terza verso Gaeta ed il confine con lo Stato Pontificio.  
Il primo tratto, quello urbano, fu progettato per essere costruito in sotterraneo dalla stazione della Regia Strada Ferrata (nell'attuale corso Garibaldi) [12] sino alla Darsena militare [13] ed al Palazzo Reale di Napoli. Dalla Reggia, il secondo ramo avrebbe proseguito verso Miliscola, nei Campi Flegrei, mentre il terzo avrebbe raggiunto Terracina, toccando le città di Caserta, Capua, Mola e Gaeta.
La volontà di costruire, tuttavia, non fu sufficiente a far decollare il progetto che necessitò di metodologie, conoscenze e tecnologie industriali non ancora disponibili nelle Due Sicilie.
Secondo una prassi adottata sin dalla metà del XVIII secolo, il governo napoletano stabilì d’individuare un tecnico, d'adeguata capacità e conoscenze scientifiche, da inviare in Inghilterra, culla tecnologica ed industriale della telegrafia elettrica.
Questo tipo d’incarichi, peraltro attivamente sostenuto dalle delegazioni diplomatiche all’estero, accanto le missioni ufficiali di studio o commerciali, spesso celarono vere e proprie azioni di spionaggio il cui fine ultimo fu il reperimento dei mezzi necessari alla produzione ed all’innovazione industriale e commerciale.
Per questa nuova missione, il colonnello Nunziante, nel frattempo designato sovrintendente alla costruzione delle linee telegrafiche, suggerì il nome di John de Normann, quarantacinquenne ingegnere macchinista inglese, al servizio di Sua Maestà Siciliana con il grado di 1° Tenente di Marina [14]. Già noto per la sua particolare attitudine alla meccanica ed alla fisica applicata., nonché accorto uomo d’affari, de Normann si recò a Londra entrando in contatto con William Thomas Henley, pioniere della telegrafia elettrica britannica.
De Normann stipulò accordi per l’acquisto del materiale da costruzione (fili, isolatori, etc.) e l’adozione delle macchine a “due aghi”, conosciute come “telegrafo elettromagnetico di Henley e Forster”, già in uso presso la Magnetic Telegraph  Company.  
Il rapporto che in quelle settimane si stabilì tra Henley e de Normann, andò ben oltre la contingente trattativa commerciale divenendo un legame d’affari, tanto solido e duraturo, che superò indenne l'unificazione italiana.
La scelta delle apparecchiature acquistate in Inghilterra, ed approvata da Ferdinando II, fu suffragata dalla relazione tecnico – scientifica redatta dal prof. Giacomo Maria Paci, incaricato del gabinetto fisico di S.M. il Re. Concludendo il suo rapporto, il prof Paci scrisse: “… È questa in breve la descrizione del nuovo telegrafo di S. Henley, che avendo giustamente richiamata l’attenzione e l’ammirazione di tutti gli scienziati d’Europa, l’augusto nostro Sovrano ha saputo nell’alta Sua saggezza apprezzare, ed agli altri sistemi preferire. Considerato infatti sotto l’aspetto scientifico ed economico questo sorprendente apparato, di leggieri rilevasi il merito di sì giusta preferenza…” .
Gli argomenti a sostegno delle macchine Henley, riguardarono alcune caratteristiche peculiari di questi apparati, vale a dire:
  1. la capacità di raggiungere, a parità di forza motrice impiegata, distanze dieci volte superiori rispetto a quella dei sistemi equivalenti,
  2. l’orizzontalismo degli aghi, che conferì loro maggior sensibilità e velocità nell’orientamento,
  3. l’efficacia del dispositivo di protezione dagli effetti dell’elettricità atmosferica,
  4. la facilità di manutenzione,
  5. l’impiego di correnti polarizzate indotte da un generatore magneto-elettrico che consentì d’evitare l’impiego delle costose pile elettrochimiche, tra l’altro estremamente nocive per i gas che sviluppavano.
Di contro, i vantaggi di tali apparecchi furono seriamente ridimensionati dalla necessità di dover stendere una dispendiosa linea a “doppio filo”, l’uno necessario alla trasmissione e l’altro al “ritorno” della corrente al polo negativo.
A similitudine degli altri comparti strategici dell’industria pubblica delle Due Sicilie, anche la telegrafia dovette comunque prefiggersi l’obiettivo di raggiungere e mantenere l’autonomia tecnologica del regno senza depauperare la finanza pubblica, od intaccare le relazioni politico – diplomatiche con le altre cancellerie.
La ricerca di una “soluzione nazionale”, ancorché dettata da motivi d’ordine economico, favori quindi le iniziative del de Normann, che ben si collocarono nel confronto in atto sul modello d’industrializzazione del regno.
Con l’aiuto Felice Piccirillo, meccanico dei telegrafi, de Normann lavorò alla modifica delle macchine acquistate in Inghilterra verificando la possibilità di costruire efficienti modelli made in Naples. Presso l’officina meccanica dei telegrafi della Capitale [15] fu perfezionato un versione “napolitana” del telegrafo Henley ad ago singolo. Un apparecchio che alla prova dei fatti rivelò un’inalterata efficienza, pur impiegando minore forza motrice ed un sol filo per la trasmissione.  
Analogamente, la stessa officina creò il prototipo di un isolatore telegrafico derivato dal sistema Clark denominato, neanche a dirlo, alla “Normann”. I risultati ottenuti dai modelli sperimentati a Napoli consentirono la produzione nazionale delle macchine e dei relativi accessori limitando ai soli materiali da costruzione le importazioni da Londra.
L’Opificio di Pietrarsa ebbe la commessa per la fabbricazione in serie degli apparecchi telegrafici mentre gli isolatori, realizzati in grés verniciata, verosimilmente furono costruiti in una delle fabbriche gravitanti nell’area della Capitale tuttavia, sino ad ora, non si è avuto un riscontro a tale ipotesi.
Considerati i benefici indotti dalla produzione nazionale, le macchine Henley/Normann, sebbene non disponessero di un sistema di registrazione dei segnali [16], furono preferite ad altre, almeno sino al 1856, allorquando i telegrafi tipo Morse fecero la loro comparsa negli uffici telegrafici del regno, prima nelle stazioni siciliane ed a seguire, in quelle della dorsale adriatica, in alcune stazioni Calabre e nei siti reali, ovvero negli edifici con funzioni di stato.
La diffusione degli apparecchi Morse, più efficaci sulle grandi distanze, si sviluppò di pari passo con l’apertura dei nuovi collegamenti con l’estero e con il progressivo sviluppo kilometrico delle linee napoletane.
Nel 1858, per la sola parte continentale, furono in servizio circa ottanta apparecchi Morse che di li a poco, sarebbero stati incrementi dalle macchine per la costruenda linea per gli Abruzzi.
Il servizio sulle tratte interne continuò ad essere prevalentemente assolto dalle macchine ad aghi, stabilendo una sorta di convivenza tra i due sistemi, come del resto accadeva per altre coeve realtà della penisola [17] ma che, tuttavia, era  già destinata ad esaurirsi all'atto dell'unità d’Italia.
Dal 1861 regolamenti, macchine, accessori, e persino operatori ed impiegati, calarono dall’alta alla bassa Italia, senza nulla salvare dell’esperienza napoletana.
Eppure, anche se denigrati, bollati come rozzi ed ignoranti, i segnalatori telegrafici napoletani possederono una riconosciuta particolare abilità nell’adempiere al proprio compito, tanto da consentir loro di lavorare indifferentemente, con il sistema Morse o con l’Henley.  
Il prof. Epaminonda Abate, medico e scienziato napoletano, interessato alle applicazioni dell’elettricità, degli operatori telegrafici napoletani ebbe a scrivere:
“… è ammirevole veramente e sorprendente la destrezza che i nostri Uffiziali Segnalatori hanno acquistato in tanto poco tempo nell’uso di essi, sia che scrivano col sistema Morse, sia che parlino con quello di Henley, potendosi scambiare non meno di quindici parole da una stazione all’altra ogni minuto primo.
Ed è talmente divenuta loro abituale tale maniera di comunicare il pensiero, che essi, senza aver bisogno di  osservare i movimenti dell’ago, ascoltandone solamente le oscillazioni, intendono perfettamente quello dal loro corrispondente vien detto: la qual cosa mostra evidentemente la grande sveltezza, e la somma versatilità dello ingegno napolitano, che a qualunque cosa si applichi, vi riesce sempre, meglio, e più prestamente degli altri. [18]…”.

[1] Carlo Matteuci (Forlì 1811 – Livorno 1868), si laureò in fisica presso l’università di Bologna nel 1828. Dal 1829 al 1831 studia all'Ėcole Polytechnique di Parigi, dove ebbe come docente uno dei più grandi fisici dell'epoca, François Arago. Nel 1841 si stabilì a Firenze ove assunse la cattedra di Fisica presso la locale Università. Nel 1847 collaborerà con l’amministrazione del Granducato di Toscana alla creazione della prima rete elettro – telegrafica italiana. Nel 1848 fu attivo nel movimento a sostegno dell’indipendenza italiana contro l’occupazione austriaca. Critico verso l’ipotesi di uno Stato unitario, nel suo saggio del 1856 L'Italia dopo la pace di Parigi, sostenne la necessità di realizzare una confederazione tra gli Stati Italiani. Nel 1860, dopo le annessione degli Stati del centro Italia, venne nominato ispettore generale dei telegrafi elettrici del regno di Sardegna. Nel 1862 fu ministro della Pubblica Istruzione del regno d’Italia.
[2] Napoli  20 settembre - 5 ottobre 1845.
[3] Luigi Palmieri, fisico e meteorologo, nacque a Faicchio (Bn) il 22 aprile 1807; morì a Valle di Pompei (Na) il 9 settembre 1896. Iniziò a studiare presso il seminario di Caiazzo, trasferitosi a Napoli seguì i corsi di matematica e scienze naturali, laureandosi in architettura. Insegnò nelle scuole secondarie di Salerno, Campobasso, Avellino fino a quando, nel 1845, divenne professore di fisica presso l’Accademia della Real Marina di Napoli. Nel 1846 successe al prof. Galluppi alla cattedra di logica e metafisica presso la regia Università di Napoli. Iniziò la sua collaborazione con l'Osservatorio meteorologico sul Monte Vesuvio nel 1848 divenendone direttore dal 1854, anno della morte del prof. Melloni di cui fu allievo. Inventore di un prototipo di macchina telegrafica elettrica, fu componente della commissione scientifica telegrafica, ed in tale veste partecipò alla posa del cavo sottomarino tra le Calabrie e la Sicilia. Uomo di grande ingegno e cultura, il professor Palmieri fu nella seconda metà dell’Ottocento, un protagonista della scena scientifica napoletana ed europea. Merito riconosciutogli anche dal nuovo Stato sabaudo, malgrado la ”passività confessionale e politica”, attribuitagli da ambienti universitari di fede unitaria.
[4] pagg. 5, 6 del “Giornale Militare Italiano e di Varietà” Anno 1 n. 36, del 26 ottobre 1846.
[5] pagg .365 – 367  Traité de télégraphie électrique, Abbé Moigno – A. Franck, Libraire Editeur, Paris 1849.
[6] Negli anni quaranta dell’Ottocento, collegare il regno delle Due Sicilie alla rete telegrafica europea, attraverso una linea sottomarina che aggirasse il transito attraverso i vari stati italiani, fu una prospettiva tecnicamente non realizzabile. Difatti, non essendo ancora disponibili sul mercato cavi telegrafici immergibili, l’unica scelta realisticamente percorribile fu l’attendere la costruzione della rete continentale italiana per poi raccordarsi ad essa, e per suo tramite, guadagnare il collegamento alla telegrafia europea.    
[7] In Italia il primo telegrafo elettromagnetico fu introdotto nel Granducato di Toscana nel luglio 1847, nel febbraio 1849 venne installata la prima linea militare del Lombardo – Veneto, divenuta pubblica nel 1850. Negli anni successivi seguirono nel gennaio 1852 gli Stati Estensi, nell’aprile del 1852 il Regno di Sardegna, nel maggio 1852 il Ducato di Parma e Piacenza, nel luglio del 1852 il Regno delle Due Sicilie e nel luglio del 1853, lo Stato della Chiesa .
[8] Pag.336, Progressi della telegrafia in Italia - Annali universali di statistica, economia pubblica, legislazione, storia, viaggi e commercio, Volume V della terza serie, Milano, Gennaio – Marzo 1855.
[9] Pag.173 Dizionario di erudizione storico – ecclesiastica del cavaliere Gaetano Moroni Romano, Volume LXX, Venezia tipografia Emiliana 1854.
[10] Con la dizione “siti reali” non si intese definire i soli palazzi della famiglia reale ma anche il complesso degli edifici adibiti ad uffici dello Stato.
[11] Presso la stazione di Terracina (in territorio pontificio), già i corrieri dell’Amministrazione generale delle Poste e Procacci del regno delle Due Sicilie, “lasciavano le valigie della corrispondenza diretta all’estero per prendere in consegna quelle delle lettere di venuta” E. Melillo, Poste e telegrafi nel regno delle Due Sicilie – da La Rassegna delle Poste dei Telegrafi e dei Telefoni – Anno II, n.4 Aprile 1930-VIII E.F.
[12] Posta lungo la via dei Fossi, attuale Corso Garibaldi.
[13] La Darsena militare occupò l’area dell’attuale molo Beverello con annesso Arsenale nella zona del Molosiglio. All’interno dell’Arsenale ebbe sede il comando del Corpo Telegrafico della Marina ed il deposito generale dello stesso Corpo.
[14] A bordo delle proprie unità a vapore la real Marina imbarcò macchinisti inglesi solitamente procurati dalla stessa ditta costruttrice della motrice. Almeno sino alla costituzione della scuola macchinisti del reale Opificio di Pietrarsa, questi tecnici ebbero anche il compito d’istruire il personale di macchina alla conduzione ed alla manutenzione delle motrici a vapore. Un Decreto del 15 luglio 1845 stabilì il numero dei macchinisti, e la loro classificazione per l’impiego a bordo dei vapori da guerra, nel reale opificio di Pietrarsa, nell’Arsenale di Napoli, e presso il real cantiere di Castellammare di Stabia.
[15] Ubicata in locali terranei presso il Ministero delle Finanze (palazzo dei Ministeri di Stato, attuale sede del Comune di Napoli in piazza Municipio).
[16] Con il sistema Henley l’operatore leggeva il messaggio seguendo l’oscillazione dell’ago su di un quadrante ove erano riportate le lettere dell’alfabeto e ne trascriveva manualmente il contenuto. Il sistema Morse invece, imprimeva il testo in codice direttamente su di una traccia cartacea, lasciando una prova oggettiva di quanto ricevuto.
[17] Componenti delle reti telegrafiche degli Stati preunitari (estratto): Regno di Sardegna apparecchi Wheatstone (molti), Morse (pochi); Lombardo Veneto, Parma, Modena e Pontificio apparecchi Morse, Granducato di Toscana apparecchi Breguet a quadrante, Morse (nessuno). Fonte: Ernesto D'amico "Cennistorici sull'amministrazione dei tegrafi 1865 - 1885.
[18] Epaminonda Abate, Intorno i telegrafi elettrici, pagg. 110 – 111, Annali scientifici, giornale di scienze fisiche, matematiche, agricoltura, compilato per cura dei signori V. Janni e N. Buondonno, Napoli, Tipografia Militare, 1855 – Volume II.
prof. Carlo Matteucci
Prof.Carlo Matteucci (1811 - 1868). Il 30 giugno 1847 avviò la prima linea sperimentale telegrafica italiana tra Pisa e Livorno (Granducato di Toscana).
prof. Luigi Palmieri
Prof. Luigi Palmieri (1807 - 1896). Nel 1846 presentò il prototipo di un telegrafo elettro-magnetico che riscosse l'attenzione degli ambienti scientifici italiani ed europei.
L’apparecchio telegrafico del prof. Luigi Palmieri, privato del guscio di copertura in legno per illustrarne il funzionamento. Planche VI, fig. 14, dell’Atlante allegato al Traité de télégraphie électrique, Abbé Moigno Seconde édition A. Franck, Libraire Editeur, Paris 1852.
L'Unione Telegrafica Austro-Tedesca (Deutsch-Oesterreichischen Telegraphenverein). Mappa del sistema elettro-telegrafico unificato di Austria, Baviera, Hannover, Prussia e Sassonia come era nel 1852.In rosso sono evidenziate le linee verso il Lombardo Veneto. Nel 1849 l'Austria collegò Vienna a Trieste attraverso una linea militare per poi estendere la rete, tra il 1850 ed il 1852, all'intero Lombardo-Veneto. Su tutte le linee fu impiegato il "telegrafo americano".
Colonnello Alessandro Nunziante (1815-1881)
Colonnello Alessandro Nunziante (1815-1881). Amico personale di Ferdinando II, comandate dei Cacciatori di Linea, fu il più sternuo sostenitore dell'opportunità per il regno delle Due Sicilie di dotarsi di una rete elettro-telegrafica.
Sistema d'interramento dei cavi telegrafici adottato in Europa nel 1844
Sistema d'interramento dei cavi telegrafici adotatto in Europa nel 1844. Nelle Due Sicilie questa tecnica costruttiva fu scelta per realizzare nell'estate del 1851 il primo tracciato spermentale dalla reggia di Napoli alla piazza militare di Capua. Lungo il percorso il personale dei Cacciatori di linea, al comando del colonnello Nunziante, scavò trincee per accogliere la tubazione in terracotta al cui interno passò il cavo telegrafico impermealizzato da una guaina di gutta-percha.
William Thomas Henley
William Thomas Henley (1814 – 1882), pioniere della telegrafia elettrica in Gran Bretagna tra il 1857 ed il 1858 iniziò la  produzione di cavi telegrafici sottomarini. Sin dal 1851 instaurò un duraturo rapporto di collaborazione con John de Normann  per lo sviluppo della telegrafia elettrica nel regno delle Due Sicilie.
Macchine telegrafiche Henley & Foster. Sulla sinistra apparecchio a due aghi sulla destra quello ad un ago. Le prime macchine acquistate in Inghilterra furono quelle a due aghi, successivamente il De Normann sviluppò, per la rete telegrafica napoletana, un telegrafo derivato dal modello ad un ago della Henley.
Confronto tra l’isolatore telegraficoEdwin Clark” (a sinistra) ed il modello “Normann” prodotto a Napoli (il traliccio rappresentato non è in scala). L'isolatore per fili telegrafici di Edwin Clark si componeva di due elementi costruttivi: una "campana" esterna, elemento protettivo separato stampato in zinco, ed un isolatore interno in gres.
Tracciato delle linee telegrafiche dello Stato Pontificio. Con il cerchietto rosso è indicata la stazione confinaria di Terracina di collegamento tra la rete delle Due Sicilie e la rete Pontificia.
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 A mio padre   
(Procida 1930 – Napoli 1980)
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Telegrafo  
dal greco antico tele (τῆλε) "a distanza" e graphein (γράφειν) "scrivere", scrittura.





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